Inganno

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Alla fine della Prima guerra mondiale, Austria, Germania e il piccolo Tirolo sono a pezzi. Senza alcun peso politico, non possono opporsi al ri-disegnamento geopolitico dell’Europa e, in particolare per l’Austria, è impossibile difendersi dalla decisione del Trattato di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919) di annettere il Sudtirolo all’Italia, sfruttando il Passo del Brennero come confine naturale. Nel 1922 il governo fascista, nella persona di Ettore Tolomei, inizia l’italianizzazione del territorio: il tedesco, lingua ufficiale, viene bandita da scuole, uffici e luoghi pubblici, la stampa censurata. Nel 1934, complice l’industrializzazione decisa da Mussolini, iniziano ad arrivare emigranti dall’Italia che si insedieranno in quartieri a loro riservati. Da qui, una serie di avvenimenti che accenderanno la miccia agli atti di terrorismo dagli anni ‘50 in poi. L’ amicizia tra Peter, Max e Klara si inserisce nel vortice di attentati, tradimenti, inganni, e giochi di potere che il Sudtirolo vivrà, negli anni più caldi del suo tormentato viaggio nella Storia recente. Figli e padri amici/nemici, segreti disvelati e altri taciuti, tensioni culturali e odio di massa coinvolgeranno in particolare l’austriaca Klara e il sudtirolese Peter, mentre Max sarà sempre a rimorchio dei due, fino a quando non sarà chiamato ad un ruolo decisivo nel precipitare delle vicende…

Lilli Gruber con questo ultimo libro chiude la trilogia dedicata alle sue radici, dopo Eredità (2012) e Tempesta (2014). Volto notissimo prima del Tg1 (prima donna a condurre un notiziario serale) e di La7 poi, è stata testimone dei fatti della Storia più recente, il crollo del Muro di Berlino in testa. Le dobbiamo, con Inganno , la conoscenza di alcuni avvenimenti che mai sono stati sufficientemente approfonditi. Chi, italiano del resto d’Italia, si sia trovato a passare per l’Alto Adige/Sudtirolo, avrà sentito una certa ostilità e anche un senso di velata avversione. Questo dimostra due cose: che il disprezzo verso gli italiani è ancora vivo e che il Sudtirolo ha vissuto un’ingiustizia storica, è una Berlino divisa non da un muro ma da un pezzo di Alpi, un taglio naturale che si è voluto diventasse anche geopolitico. È un gioiello di natura, tra dolomia e boschi, diventato un nodo strategico tra Stati Uniti e Unione Sovietica. I primi non potevano rischiare di avere un Tirolo unito, austriaco e quindi a due passi dal confine di una Cecoslovacchia sotto l’influenza sovietica, in un momento storico, la Guerra Fredda, in cui il “pericolo rosso” era sentito come foriero di una catastrofe imminente (addirittura la CIA e il Pentagono avevano delineato il piano Dropshot per contrastare un conflitto di cui già avevano stabilito il giorno della nascita, 1 gennaio 1957) e che negli Stati Uniti aveva fatto nascere l’ossessione della presenza di simpatizzanti filo-comunisti, il maccartismo, ben definito col nickname di “caccia alle streghe”. Il mancato rispetto poi del Trattato di Parigi, sottoscritto da Alcide De Gasperi e Karl Gruber nel 1946, che stabiliva lo statuto di regione autonoma per il Sudtirolo, ha dato il via ad azioni di terrorismo urbano trasformatesi poi in terrorismo vero e proprio, con l’ingresso in campo anche di movimenti neo-fascisti e neo-nazisti. Tutto questo giocava a favore degli Stati Uniti i quali, complice il governo italiano alleato, avevano trasformato la piccola regione dolomitica in un magazzino di armi e uomini, con la scusa di proteggere gli italiani residenti. Max, Peter e Klara entrano in scena al raduno di Sigmundskron, settembre 1957, al quale partecipa come oratore Silvius Magnago, storico leader della Südtiroler Volkpartei; tutto il libro è un mash-up di fiction e realtà storica. I personaggi dei tre amici e del poliziotto dell’antiterrorismo Umberto, che entrerà in scena a metà e avrà un ruolo determinante per la conclusione, sono inventati ma inseriti con estrema plausibilità. Per dare ancora più valore alle vicende narrate, Gruber dedica alcuni capitoli a testimonianze dirette di personaggi che in prima persona, sia da una parte sia dall’altra, hanno avuto esperienze dei fatti. Le pagine scivolano via gradevolmente, per la narrazione scorrevole e per la giusta tonalità descrittiva, mai sovrabbondante e molto consapevole. Si apprezza anche il distacco che la giornalista/scrittrice mantiene per tutta la durata del libro (piuttosto massiccio) nonostante la storia riguardi la sua Heimat.



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