Ingegner Menni

Il giovane rivoluzionario russo Leonid, che nel 1905 è stato contattato dai marziani e trasportato sul Pianeta Rosso, vive ormai su Marte da tempo. Qui si dedica all’avvicinamento delle culture dei due mondi, traducendo testi marziani in terrestre. Tra questi c’è un romanzo storico firmato dalla sua amica marziana Enno, ambientato nella seconda metà del 1600. Allora i grandi canali che solcano la superficie marziana non esistevano ancora: nei secoli precedenti le monarchie avevano lasciato il posto a signorie e monarchie costituzionali che intorno al 1560 erano diventate una gigantesca Repubblica Federale, una democrazia industriale sorretta da una “pressoché completa unità culturale e politica” (Marte non è diviso in continenti separati da oceani e le comunicazioni e gli spostamenti sono sempre stati più agevoli e veloci). Conquistato nel 1620 l’ultimo degli Staterelli indipendenti, la reazionaria Thaumasia guidata dal Duca Ormen Al’Do, la pace regnava su Marte. Il figlio del defunto Duca, battezzato Ormen come il padre ma da tutti chiamato col diminutivo di Menni, aveva studiato diventando fisico e ingegnere e grazie all’eredità della famiglia si era potuto permetter viaggi in tutto Marte. Menni si era così reso conto che meno della metà della superficie del pianeta era popolata a causa della scarsità d’acqua nell’entroterra. Nella sua mente così era nato un progetto tanto ambizioso da sembrare folle, la costruzione di giganteschi canali di irrigazione che permettessero alla vita di ricoprire l’intero Marte…

Ingegner Menni è uscito nell’autunno 1912, al culmine di anni molto difficili per Aleksandr Bogdanov, che aveva perso l’amicizia di Lenin prima e di Maksim Gor’kij poi ed era stato sostanzialmente espulso dalla redazione di “Proletarij”, il giornale clandestino dei bolscevichi, perdendo la sua principale fonte di reddito proprio mentre nasceva il figlio avuto dalla relazione extraconiugale (tollerata dalla moglie Natal’ja Korsak) con Anfusa Ivanovna Smirnova, per giunta ammalata gravemente di tubercolosi. Per non parlare delle accuse di malversazione che gli erano arrivate dal gruppo politico Vperëd in seguito alla sua scelta unilaterale di passare denaro alle famiglie di alcuni compagni finiti in galera a seguito di rapine da lui organizzate per finanziare la lotta clandestina contro lo zarismo. Abbandonata in seguito a queste scottanti delusioni la militanza attiva, Bogdanov si era concentrato sulla scienza e la dottrina politica. Il sequel – anzi, il prequel – di Stella Rossa rispecchia questo approccio “speculativo”: Bogdanov infarcisce la trama di riferimenti alle teorie scientifiche su Marte più in voga ai suoi tempi, quelle di Percival Lowell sulla natura artificiale dei cosiddetti “canali” (le misteriose strutture sulla superficie del pianeta evidenziate per primo da Giovanni Schiaparelli ma rivelatisi poi inesistenti), inserendole in un plot che gli permette di costruire una vera e propria epica rivoluzionaria marxista. La saga di Menni racconta (sperando di prefigurare) il passaggio da una società capitalista a una socialista, ma soprattutto è una glorificazione della figura degli ingegneri – qui quasi mitizzata – al limite del #techporn. Non è sul piano della fiction fantascientifica in sé che il romanzo di Bogdanov va valutato e giudicato – e forse persino letto – ma in quanto “conte scientifique, politique et philosophique” e contributo alla definizione del pensiero del suo autore, una delle figure più interessanti e originali del socialismo novecentesco, futuro fondatore del Proletkul’t. In appendice al romanzo, i curatori hanno posto il poemetto Un marziano abbandonato sulla Terra, scritto nel 1920 e pubblicato nell’edizione 1924 di Stella Rossa.



 


 

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