Innocente

Innocente

L’innocenza è l’opposto del controllo, che è sempre una mancanza di generosità. Per questo non c’è nessuna innocenza nei membri della massoneria o in tutte le ubbidienze spirituali di questo tipo. A partire dal momento in cui ci si situa nel segreto, non ci può più essere innocenza. Del resto gli innocenti fanno paura alla massoneria, come le persone oneste ai politici. L’innocenza è completamente gratuita, disinteressata, un semplice stato dell’essere, non aspira a un compenso. Non ha un fine. Il fine appartiene già alla politica, è un’idea della politica. Nell’innocenza non c’è un fine, ma solo dei momenti durante i quali si può trascendere. Ed essere trascesi. Va addirittura oltre l’amore, forse si avvicina più al bene: è anche questo, in un certo modo, un legame con l’Altissimo, un modo per tendere verso il bene perfetto, per tendere verso la santità. Non si tratta però di accettare tutto, è una questione di punti di vista. L’idea di porgere l’altra guancia, quella proprio non gli sta bene: anzi lo fa infuriare come una belva. Si tratta invece di trovare una sorta di pace. Con sé. E con gli altri. L’inizio è il silenzio. È sempre il silenzio. Il silenzio lo affascina. È da sempre per lui una cosa importante, importantissima. È sempre stato sensibile al silenzio. Alla sua qualità. Ha notato che per esempio i silenzi delle chiese non sono gli stessi che ci sono nelle moschee o nelle sinagoghe. C’è poi anche un altro silenzio, quello della natura, che può essere davvero sorprendente. Il silenzio prima di un terremoto, per esempio. Gli è capitato in Costa Rica. Improvvisamente la foresta tace, gli animali tacciono, c’è una specie di boato sordo, tutti gli insetti cadono dagli alberi. E poi non c’è più niente. Nulla. Zero. Nessun rumore. L’innocenza si trova nel silenzio, così come anche nella musica, un’altra lingua molto lontana dalla politica, molto lontana dal potere, una lingua che può raggiungere l’Altissimo. Ecco, questo. È questo ciò che lo sostiene. Che lo trasporta. Che lo guida. Lontano dalle idee. Dalla politica. Dal potere. Dalla civiltà. Come la lettura dei classici russi. L’innocenza…

Usa la punteggiatura, eccome, anche perché dice chiaro e tondo che lo affascina, e in particolare gli piace tantissimo il modo in cui la usa Céline, che la sa far vivere. Ma in realtà il suo è un flusso di coscienza. Definirla autobiografia è riduttivo: certamente parla di sé. E di tutto. E non usa mezzi termini: è strabordante, eccessiva, triviale e insieme lirica, profonda e qualunquista. Come è lui, discusso e discutibile. Gérard Depardieu. Uno dei più grandi attori francesi e non solo. Una figura evidentemente fuori dall’ordinario. Un Innocente, come dice il titolo (e no, D’Annunzio non c’entra). Perché ritiene che sia importante essere innocenti per sopravvivere in questo mondo in cui si fanno muri contro i migranti e si è schiavi dei social network. Definisce l’amicizia come un punto interrogativo, come un fiore che cresce, appassisce, scompare e poi la stagione successiva può ritornare. Racconta degli incontri con Dalio, Brasseur, Simon. È una fucina di aneddoti spesso irresistibili e quasi sempre innaffiati da tanto alcol, rivendica la libertà estrema delle sue idee, che argomenta ampiamente di volta in volta, e anche quando non si è d’accordo il confronto intellettuale che si viene a instaurare leggendo le travolgenti, semplici, chiare, argute, ben scritte e fluide pagine che ha redatto è molto interessante. È stato amico di grandi personaggi a cui si accontentava di stare accanto senza nemmeno avere la pretesa di imparare qualcosa da loro. Bernard Blier e Jean Gabin sono stati come padri per lui, ha adorato Marcel Aymé, frequentato Paul Maurisse, che prima di invitare a ballare le signore si metteva una banana negli slip. Ha vissuto in quella che lui chiama un’altra Francia, migliore, prima del sessantotto, la rivoluzione, dice, dei ragazzini in lotta contro le famiglie borghesi di estrema destra che poi sono diventati direttori di giornali e più delatori dei peggiori bolscevichi. Sostiene che il cinema debba essere vero, pericoloso, una pietra bollente per giocolieri, non comprensivo, ama Bertolucci, Monicelli, Fellini, Ferreri, Godard, Truffaut, Audiard, Sissako, Panahi, ma anche The Wire, Breaking Bad e House of Cards, se la prende con gli americani che definisce ipocriti e puritani, maestri della propaganda, molto più pericolosi del suo amico Castro, che almeno non faceva morire di fame la sua gente, o del suo amico Putin col passato da delinquente. Grida a gran voce che la Francia in Algeria si è comportata alla stessa stregua di Hitler, cui rivolge insulti su insulti. Ce l’ha a morte con tutti gli integralisti (e per un certo periodo si è anche convertito all’Islam), apostrofa Le Pen come un ignorante che attrae pericolosamente la gente che si sente delusa, ignorata e presa in giro dalle istituzioni, piange gli amici di “Charlie Hebdo” e le sacre caricature – necessarie a suo dire come l’umiltà – in cui lo raffiguravano come un bisonte ubriaco che cade col motorino di fronte a uno stuolo di pompieri di Parigi. Tutto questo e molto altro dice Depardieu: confessa che ha vissuto, come un fiume in piena.



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