Inquietudine migratoria

Inquietudine migratoria

Pianeta Terra. Dopo qualche milione d’anni è forse giunto il momento di un approfondimento analitico circa le ragioni antiche e profonde della mobilità umana. I flussi contemporanei chiedono innanzitutto di essere capiti: quanto liberi o forzati, quanto ciclici e strutturali, quanto contingenti ed episodici, quanto condizionati da storia o geografia, da guerre o clima. Un viaggio serio deve andare alle radici del processo di autocostruzione della nostra specie, indietro fino alla preistoria e lontano nelle propaggini di tutti i continenti. Ci sono popoli originari e migrazioni primigenie? Homo sapiens è apparso in Africa circa 200.000 anni fa, indi è uscito da nord-est almeno un paio di volte, infine “è come se, intorno a 70.000 anni fa, dal continente africano si fosse verificata una fuoriuscita di magma genetico, che si è sparso sul pianeta nelle successive migliaia di anni per poi cristallizzarsi, tanto che ancor oggi la distribuzione della variabilità genetica umana porta le tracce di quella originaria eruzione”. In quei primi spostamenti a piedi (anche molto lunghi, nello spazio e nel tempo) l’innesco sarebbe stato in prevalenza climatico o demografico, anche se sono via via sempre più cresciuti i fattori culturali e sociali. Nelle successive decine di migliaia di anni la specie si è diffusa in ogni continente, imponendosi cognitivamente sugli altri ominidi incontrati per strada, restando l’unica del genere, sopravvivendo alla temperatura freddissima del massimo dell’ultima grande glaciazione (tra 23.000 e 20.000 anni fa) e, poi, cominciando a raccogliere meno e coltivare più, a cacciare meno e allevare più, stanziandosi con l’agricoltura neolitica a partire da aree diverse (e non connesse) del globo...

Il biologo ed ecologo toscano Guido Chelazzi (Torrita di Siena, 1948), presidente del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, ci accompagna per gli inquieti percorsi migratori della nostra specie, con dotte citazioni scientifiche e intrecci multidisciplinari. Si concentra sui miti delle migrazioni originarie dei vari popoli (il metodo classico della costruzione identitaria) e sulle comunità vissute nella biodiversità europea (senza far mancare utili spunti ed esempi di altri contesti ed ecosistemi). Molto spazio dedica alla rivoluzione contadina (“(…) Già 6.000 anni fa l’Europa era divenuta, sostanzialmente, una terra di agricoltori-allevatori”) e alla parallela evoluzione geni-popoli-lingue (nello specifico alla distribuzione delle lingue indoeuropee). Segnala con molti dati che “durante tutto l’Olocene si è verificato un ricambio di popolazioni dovuto a una serie di eventi di mobilità, inclusi quelli associati alla diffusione delle culture dell’Età del Bronzo, dell’Età del Ferro e successive migrazioni, comprese quelle legate alla caduta degli imperi”. Non mancano cenni al ruolo cruciale dell’acqua, al peso della violenza fra umani, alla specificità dei pastori nomadi, alla svolta dei prodotti agricoli secondari (derivati come il vino), anche per il progressivo inurbamento, con particolare attenzione all’Italia. Giunge fino all’intero Medioevo e alla fase iniziale della conquista europea dei Nuovi Mondi, dedicando l’ultimo degli undici capitoli a un rapido confronto fra mobilità arcaica e mobilità contemporanea, con un conciso riferimento ai rifugiati ambientali. Pertinente l’ampia bibliografia per un volume che resta agile, poco più di 200 pagine di piccolo formato.



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