Inseguendo Gauguin

Il Ragazzo è un tipo in gamba, ma è scivolato nel gorgo della depressione. Poi ne è uscito fuori, ma continua a mancare qualcosa nella sua vita. Non sa neanche lui cosa, eppure è perennemente insoddisfatto. Una sera incontra Sisi, che all’inizio sembra perfetta come piacevole distrazione. Ha parecchi soldi e offre sempre lei, così nel giro di pochissimo tempo si trova a fare il “mantenuto a trecentosessanta gradi”. Fino a quando una mattina il paparino della tipa non gli dà il buongiorno, seduto su una delle sedie della sua cucina, mentre lui è a letto con la figlia. Gennaro Strazzafico si fa chiamare Capo, è grasso da fare schifo, suda copiosamente, e soprattutto è un mafioso, che gli propone un affare. In realtà non è proprio una proposta, ma gli lascia due alternative. Deve pagare un riscatto, un quadro di Gauguin che sembra una crosta, e per questo gli consegna una valigetta con dentro un milione di euro. L’indomani deve andare al ristorante del Clan, consegnare i soldi e prendersi il quadro da restituirgli. Altrimenti può rubare il quadro, darlo al Capo e tenersi i soldi. E se cerca di fregarlo sarà scannato come un porco. Il Ragazzo intraprende così la sua odissea, che dalla adottiva Trieste lo porterà in Istria e in Croazia per approdare infine alla sua Itaca, la Puglia. E niente più sarà come prima…
È una piacevole scoperta questo romanzo dell’esordiente Giuseppe Sforza. Le atmosfere da fumettone pulp richiamano alla mente quelle dei film di Tarantino (citato dallo stesso autore) e delle storie di Ammaniti per quel gusto di mischiare la cultura pop con quella da sagra. Certamente Sforza ha fatto sua la lezione dello scrittore romano, ma ha un suo stile personalissimo, fatto di dialoghi serrati e monologhi di logorroici, di citazioni e rimandi (storici, filosofici, letterari, televisivi e cinematografici), di scene al cardiopalma, sempre condite da un humour vulcanico e imprevedibile. Abbondano le digressioni colte, ma l’autore non si prende mai troppo sul serio, ed è evidente che il suo intento non è certo salire in cattedra ma sempre e solo intrattenere con tono autoironico. E la scommessa è vinta perché la storia è avvincente. La carne al fuoco non manca: furti, risse, sparatorie, sequestri, inseguimenti, attentati terroristici e corse di cavalli truccate si susseguono senza sosta, intervallati solo da qualche pranzo gargantuesco. Sforza dimostra di saper maneggiare tutto questo materiale altamente esplosivo, riuscendo a dare spessore anche ai personaggi secondari – mafiosi, allibratori, speculatori finanziari, attentatori, osti, guerriglieri, maggiordomi, porcari – tutti sopra le righe ma tratteggiati in modo credibile, ciascuno con le proprie contraddizioni, debolezze e ombre. Inseguendo Gauguin non è un libro per educande, ma non c’è traccia di volgarità gratuita, e il turpiloquio è una nota di colore dosata con intelligenza. Chiuso il libro, sono tanti i personaggi che restano impressi, ma quello memorabile è Gana, un bisonte con i baffi come quelli di Asterix, che però ricorda Obelix, un tamarro gentile, che non si dimentica mai degli amici, che per loro farebbe (e fa) di tutto, un duro che in fondo è un cucciolone, che ti fa ridere anche se sei incazzato con lui, perché ha sempre la battuta pronta mentre lancia a tutta velocità la sua Cadillac Eldorado viola con fiamme azzurre. Contattato dal Ragazzo per essere tirato fuori dall’affare più grande di lui in cui si è cacciato, Gana farà molto di più, fino a introdurlo nell’organizzazione dei Rapaci, bombaroli che amano definirsi artisti concettuali e si rifanno ai filosofi greci ma senza disdegnare la Weltanschauung di Clint Eastwood. Tra i membri dei Rapax Bombers Club spiccano Tolstoj, la guida spirituale, un vecchio che dà ripetizioni di letteratura e filosofia sulle panchine della stazione, e Lou Reed, uno che in vita sua non ha mai vinto una corsa ai cavalli ma che impartisce lezioni ad aspiranti scommettitori su come vincerle. Sforza ci regala una storia ricca di invenzioni e colpi di scena ben orchestrati e mai prevedibili. Molte scene sono fumettistiche, ma non c’è bisogno di ricorrere alla sospensione dell’incredulità perché, pur di seguire le avventure del Ragazzo e dei suoi amici fuori di testa, siamo disposti in ogni caso a farci sbatacchiare su terreni accidentati, soprattutto quando l’autore schiaccia a tavoletta sull’acceleratore della fantasia. E sono proprio le iperboli e le trovate assurde a tenere incollati alle pagine, anche se, al di là della trama, è lo stile il vero motore del romanzo, una lingua che si reinventa in continuazione e fonde un linguaggio aulico con lo slang e il dialetto. Tra un inseguimento e una rissa sono poi disseminate massime sulla vita mai banali, travestite da Comandamenti dei Rapaci, freddi calcolatori che un attimo dopo fanno una cazzata, saggi e ingenui, spietati ma fedeli a un loro personale senso della giustizia e visione del mondo. E così finisci per affezionarti a questa banda di eroi psicopatici.

 

 

 

 
 
 
 
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