Inseparabili

Inseparabili

Filippo Pontecorvo, trentanove anni, ha una laurea in Medicina conseguita a fatica più per volontà dinastica che per interesse personale. Indolente e superficiale, ipocondriaco e perennemente depresso, deve la propria sussistenza alla moglie, Anna Cavalieri, un’attrice di soap opera nevrotica ma figlia di un ricco imprenditore. Quando non ozia davanti al televisore Filippo coltiva una passione da fumettista, che sembra velleitaria fino a quando il suo cartoon “Erode e i suoi pargoli” viene premiato nientemeno che al Festival di Cannes. Il fratello minore Samuele, invece, è sensibile e ansioso, tanto spregiudicato negli affari economici quanto tormentato da una frigidità che gli impedisce di avere una relazione completa e felice con la fidanzata Silvia. I due fratelli appaiono legati da un vincolo affettivo profondo e forse reso ancor più indissolubile dalla vergogna di un passato che riaffiora continuamente come un relitto scomodo da rimuovere. Ma la linea dei rispettivi destini sembra disegnare ogni volta parabole esattamente opposte…

Alessandro Piperno, a distanza di due anni dal successo di Persecuzione, torna a percorrere le vicende della famiglia Pontecorvo con un romanzo che si può leggere come un sequel o in perfetta autonomia come opera a se stante. Mentre la giuria del Premio Strega gli assegna l’edizione 2012 dell’ambito riconoscimento, il nuovo libro divide il pubblico dei lettori in due rumorosi fronti di detrattori e sostenitori. Gli uni sostengono che Piperno sia un Roth italiano che parla dei temi importanti con una passione e una competenza irreperibili in altri scrittori del nostro panorama contemporaneo. Gli altri, invece, che l’autore non faccia che raccontare l’ormai frusta commedia delle crisi famigliari dei ricchi quartieri ebraici di Roma, in un periodo in cui forse contano e interessano più le condizioni e i destini di una società stritolata nelle dinamiche di una profonda trasformazione economica. Si tratta di due giudizi estremi e la nostra opinione è che il testo li meriti entrambi: un po’ troppo prevedibili le traiettorie di caduta e di redenzione finale dei due protagonisti; ma non la loro narrazione, avvincente nell’articolata gestione dei fatti e delle sottotrame, del costante flusso dei ricordi e dei flashback che ci rimandano di continuo alle circostanze che determinarono la morte del padre Leo, divenuta ormai una ciste di memoria tanto per i figli che per la madre. D’altra parte se Piperno ha scelto di evitare il confronto con l’eredità dei tempi più attuali, non per questo ha rinunciato all’intelligenza e al talento, consegnandoci una prova di sicura rilevanza narrativa. Bello quanto il primo, ma di un’altra strana bellezza, incapace tuttavia, questo sì, di corrisponderci una sensazione solo nostra.



 

 

 
 
 
 

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