Insonni

Insonni
Hanno bussato a tante porte pregando che li ospitassero in quella fredda sera di tardo autunno e tutti, di fronte alla pancia gonfia e tesa di Alida che potrebbe avere le doglie da un momento all’altro, hanno detto no, non si può fare, non hanno stanze da affittare per loro. Così Asle e Alida continuano a camminare per le vie di Biørgvin. Hanno diciassette anni e non sono sposati perché non dispongono del necessario per celebrare le nozze con tutti i crismi. Il poco che possiedono è chiuso in due fagotti e in due reti piene di cibo. Asle regge la custodia con il violino ereditato da suo padre, un bravo musicista che si esibiva ai matrimoni, ai funerali, alle feste da ballo. Anche Asle ha la musica nel sangue e un giorno papà Sigvald lo aveva portato con sé a uno sposalizio. Mentre suonava con tutta l’anima e la melodia vorticava e fluttuava, lì Asle aveva visto Alida, con i suoi occhi neri e i suoi neri capelli fluenti. In quello sguardo si erano riconosciuti. Adesso che l’amore ha fatto lievitare il ventre di Alida, adesso che i genitori di Asle sono morti e loro sono stati cacciati dalla capanna in cui abitavano e la madre di Alida non li vuole aiutare, devono trascinarsi passo dopo passo in quella città sconosciuta in cerca di un riparo, mentre l’oscurità si fa più fitta e la gelida pioggia inzuppa i vestiti e la chioma ondeggiante di Alida. A furia di girare a vuoto sono tornati al punto da cui erano partiti, l’elegante dimora dove una vecchia li aveva mandati via in malo modo. Ma ora Asle è deciso a non permetterle di farlo una seconda volta...
Questa coppia respinta da tutti, questi due che stanno per diventare tre, fanno pensare a un’altra famiglia che duemila anni fa a Betlemme vagava in cerca di alloggio. La somiglianza, però, è tutta qui, nell’angosciosa ricerca di un ostello mentre il buio incalza, nell’imminenza di un parto che è attesa, apprensione, gioia. Jon Fosse, il più noto scrittore e drammaturgo norvegese dei nostri giorni, non canta una Buona Novella, né affida al bimbo in arrivo un ruolo salvifico, ma riveste di scabra e potente poesia la faticosa lotta per conquistarsi un posto al sole di due ragazzi ai margini. Perché tali sono Alida e Asle: due giovanissimi senzatetto interamente assorbiti nel legame che li unisce: “Tu hai me, gli dice Alida e tu hai me, le dice Asle”. Nelle sue pièces teatrali Fosse è solito mettere a nudo la molteplicità e spesso la negatività delle relazioni umane. Anche questo romanzo di nemmeno cento pagine può essere letto come un atto unico in cui si consuma il dramma di un affetto totalizzante in permanente rotta di collisione con la durezza del cuore degli altri. E questi altri sono talmente estranei, talmente indifferenti, da non meritare nemmeno un appellativo, ma solo asettici nomi comuni: la Ragazza, l’Uomo, la Donna, la Madrina, la Levatrice. Altrettanto indeterminata è la temporalità. Ci sono barche a vela e candele, non compare alcun elemento tecnologico che possa suggerire una contemporaneità, in un’astrattezza cronologica che diviene il tempo omnicomprensivo dell’universalità. In tale vaghezza priva di contorni si distinguono solo loro, Asle e Alida, concreti e archetipici insieme, che oscillano fra un presente irto di ostacoli e i ricordi di un passato protettivo: la tenerezza perduta dei genitori di Asle, la voce del papà di Alida, che sparì senza far più ritorno quando lei aveva solo tre anni. La prosa ipnotica e iterativa, le digressioni oniriche, l’uso minimale della punteggiatura, il discorso indiretto libero che partecipa i pensieri dei due protagonisti, cullano e trascinano in un racconto dolce e cupo in cui il male accade senza essere descritto ma solo suggerito, tanto al lettore quanto alla stessa Alida. È Asle ad esserne l’artefice (si appropria di un’imbarcazione sottraendola probabilmente con la forza, si introduce in una casa e con la mano tappa la bocca alla proprietaria chiudendo la porta perché la sua compagna non veda ciò che sta per accadere), e Alida, nel suo non chiedere e non voler sapere, diventa involontariamente sua complice. Se la dimensione narrativa fosse realistica dovremmo parlare di due emarginati che nelle difficoltà della vita si stanno perdendo in una strada senza ritorno. Ma il lirismo di Fosse eleva la parabola di Asle e Alida a favola nera in cui chi è povero è costretto a sopraffare chi è ricco e arido per pura legge di sopravvivenza, come Hänsel e Gretel con la strega cattiva o Pollicino con l’orco. Il mondo non è né bello né facile per Asle e Alida, ma la nascita che finalmente avviene apre uno spiraglio di ottimismo. Ed è con il piccolo Sigvald venuto alla luce dopo un’intera giornata di tribolazione che Fosse cala il sipario su una speranza per il futuro.

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