Insulari

Insulari
La storia della letteratura può essere oggetto, essa stessa, di ‘narrazione’. E la letteratura siciliana, dal 1200 ad oggi,  quasi si direbbe per ‘statuto genetico’ si presta particolarmente ad essere narrata, raccontata, resa ‘discorso’ sulla e della Sicilia e della sicilianità. Un romanzo della letteratura siciliana, allora, diviso in capitoli giustamente titolati da una espressione in dialetto: ‘A vuci passa e ‘a scrittura rresta (equivalente siciliano del latino “verba volant scripta manent”), primo capitolo dopo il prologo di questa storia letteraria narrata, è una sorta di navigazione preliminare intorno all’isola e all’isolanità come carattere precipuo della scrittura dei siciliani e del contributo da essa offerto alla storia del pensiero occidentale, europeo, italiano. A questo, seguono altri 25 capitoli di letteratura siciliana diversamente titolati in dialetto, e variamente articolati intorno ad un nucleo centrale che, per tutti, è di argomento, ovviamente, siciliano. Da Cielo d’Alcamo a Andrea Camilleri, capitolo dopo capitolo sfilano davanti agli occhi un numero impressionante di nomi e voci e luoghi che hanno fatto la letteratura italiana e che però, dal distratto lettore, non sempre vengono identificati come siciliani. Cantava accussì ‘u cirrincinciò, ad esempio, è il capitolo costruito intorno alla figura di Vitaliano Brancati, autore di grande qualità, spesso dalla critica relegato alla posizione marginale di interprete quasi caricaturale di una malintesa sicilianità soprattutto propagandata dalle interpretazioni cinematografiche dell’opera dello scrittore di Pachino. E però, alla sua scrittura, in qualche modo vanno allineate (anche se in maniera acronica) esperienze meno conosciute ma non meno valide come quelle di Ercole Patti (Catania, 1903-Roma, 1976) o di Giuseppe Mazzaglia (1926), altrettanti capitoli di una immaginaria narrazione letteraria siciliana del Novecento. Megghiu mmìdia ca pietà ‘narra’ la vicenda di e intorno a Sciascia: altra pietra miliare non solo della storia letteraria dell’Isola e dell’Italia, ma voce dirompente nella storia, nella società, nella politica, di un letterato ‘puro’ che, però, ha imposto alla letteratura la purezza della parola fatta cosa, senza falsificanti lirismi e senza auliche decantazioni...
La panoramica narrazione di questo romanzo della letteratura siciliana (che segue, editorialmente, all’altro grande “romanzo” di Stefano Lanuzza, Dante e gli altri. Romanzo della letteratura italiana), ha il pregio di sviluppare una narrazione labirintica e policentrica, pur facendo idealmente centro sull’Isola: percorsi letterari che si intrecciano e sovrappongono, si sommano, si contrappongono, articolati in strade e viottoli, intersecanti le esperienze più famose della scrittura non solo italiana ma europea, e che per qualità e consistenza costituiscono il più vitale e longevo contributo ad un immaginario canone della letteratura occidentale, eppure che restano vincolati e quasi abbarbicati, come l’agave, allo scoglio di Trinacria. Il prologo, o primo capitolo, di questa narrazione di Lanuzza, ‘A vucca parra e ‘a menti studìa, è in questo senso più che esplicito, anche nella grave omissione che continua – ahimé – a riprodurre il veto che fu prima di Benedetto Croce e, poi, con medesima stupidità, della critica marxista: «Muovendo da un passato letterario non lontano, all’inizio è molta parte del Novecento: nobilitato, in Europa, principalmente da Proust, Kafka, Joyce, Musil, Beckett; e (in Italia) da Svevo, Pirandello, Gadda, Montale». E d’Annunzio?

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER