Inutili fuochi

Inutili fuochi
Pomeriggio d'estate in un campeggio italiano. Le storie di sei personaggi si intrecciano nel corso di poche ore, dalle 14 alle 20. Ricardo, animatore, si sta fumando una canna con Andrea, uno sconosciuto per lui nonostante abbia scritto diverse sceneggiature di successo. Il ballerino straniero sa che fuori dai bagni dove sono nascosti a aspirare l'erba lo aspetta Lia, una delle tante che gli fanno il filo e che lui, omosessuale, finge di compiacere per cortesia di mestiere. Sotto il sole però c'è Marta, costume giallo, vigile sulla sua femminilità e rapida nel tuffarsi in acqua per eliminare il pelo imprevisto, armata di pinzetta. Futura madre, ha un compagno, Andrea, che le nasconde qualcosa di orribile. Ben presto si gettano le basi di un circolo. A far sospirare Marta infatti è Ricardo, da lei incuriosito benché innamorato del collega Carlos. La tredicenne Lia, intanto, gioca a fare la donna con Andrea, invaghito dalla sua sfacciata pubertà. Chissà cosa ne penserebbe La Bestia, la madre della ragazzina, la quale a sua volta ascolta gli echi della ventenne che fu: seduttrice, bugiarda, ingenua. La Bestia è una donna, non c'è maternità capace di soffocarlo del tutto. Il villaggio vacanze è uno spazio ristretto e limitante che costringe i personaggi - c'è anche la giovane Luisa, autolesionista per attirare l'attenzione - a incontrarsi ogni giorno. Ognuno sfrutterà a suo modo il vantaggio maggiore dei periodi di villeggiatura: la loro fine prestabilita…
Alcune di queste persone, forse, sentiranno il desiderio di rincontrarsi dopo la parentesi vacanziera, ma probabilmente non potranno; altri, come Marta e Andrea, concluderanno le ferie insieme e rincaseranno sotto lo stesso tetto, oppure no. Ma in queste poche ore, scandite all'inizio dei capitoli, quante cose scopriremo! Sì, perché ogni essere umano, dal risveglio fino al crollo notturno, non smette mai di parlare con sé stesso, di catturare piccoli scorci passeggeri e stralci di conversazioni che gli sembrano meritevoli di essere conservati. Un patrimonio che al massimo finisce su Facebook o rimane prigioniero di un quaderno che nessuno leggerà. Raffaella Ferré lo recupera, dando spazio a pensieri incensurati, a partire dall'attrazione segreta per un collega dello stesso sesso, per proseguire con i complessi delle adolescenti sulle tette, che forse si chiamano così solo quando sono grosse, sarebbe meglio trovare un altro nome per quando ancora piatte, rammenta Lia, persa nel ricordo di un pomeriggio di intimità con l'amica Giorgia. Sono figure a tutto tondo, costruite a partire dal midollo: non può essere altrimenti visto che solo una conoscenza viscerale del personaggio può portare a sintetizzarne più di sei in 140 pagine e creare una vicenda realistica e coerente. Un libro forte non soltanto dell'intreccio, pure ben strutturato, quanto di un'abilità narrativa non comune, quella che fa pensare a Ricardo che “fuori, appena dietro la rete di protezione delle finestre, c'è il mondo intero e il sole perpendicolare delle tre di pomeriggio, la pineta fitta dove la luce arriva tagliata a spicchi come un uovo sodo”. La Ferré, lanciata da "Santa Precaria", titolo del suo primo romanzo, ma anche del blog con cui viene identificata, si diverte a tenere in pugno il lettore, costretto a concentrarsi al cento per cento per seguire l'alternarsi dei punti di vista, che idealmente lo terrà impegnato per lo stesso lasso di tempo in cui si sviluppa l'azione. Una corsa senza tregua, perché la punteggiatura, dosata e anarchica, compare solo quando lo richiede il flusso di pensieri, per sua natura sciolto dai vincoli grammaticali. Così il lettore si sente preda dell'ansia ora di Ricardo, ora di Andrea, incapace di staccare gli occhi dalla pagina fino a che, a conclusione del romanzo, non saranno arrivate le otto di sera e l'estate si accenderà di fiamme: "Certi piccoli incendi bisogna lasciarli spegnere da soli. Meglio che prenda fuoco tutto e che, in qualche modo, si ricominci". A cosa serve un fuoco d'estate, quando fa già caldo, se non a far luce?

Leggi l'intervista a Raffaella R. Ferré

 

 

 
 
 
 
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