Io dirò la verità

18 gennaio 1599. In una Roma ancora sconvolta da due alluvioni catastrofiche, il Papa Clemente VIII affida il compito di chiudere al più presto il processo per eresia contro Giordano Bruno da Nola – che va avanti da ben sette anni con insopportabile lentezza – al brillante gesuita Roberto Bellarmino, che sta anche per ordinare cardinale. Bellarmino studia le carte e stila un elenco di otto proposizioni tratte dagli scritti dell’imputato e giudicate eretiche. Propone poi all’Inquisizione di sottoporle all’imputato chiedendogli di abiurarle entro sei giorni (venendo condannato alla prigione, ma avendo salva la vita) o di confermarle e subire la condanna a morte. Il filosofo nolano tenta di sottrarsi alla tenaglia del Bellarmino rifiutando entrambe le possibilità e cercando una improbabile “terza via”: il 25 gennaio si presenta al cospetto degli inquisitori e si dichiara pronto ad abiurare ma solo dopo che i giudici dell’Inquisizione avranno esaminato una sua memoria scritta. I primi giorni di febbraio i giudici rinnovano a Giordano Bruno l’invito a scegliere tra abiura e rogo e gli danno poco più di un mese di tempo. Il 15 dello stesso mese il filosofo si dichiara ben disposto a riconoscere “dette otto proposizioni per heretiche et essere pronto per detestarle et abiurarle in loco et tempo che piacerà al Sant’Officio”, ma poi nella pratica non lo fa, come nella speranza che i giudici leggendo la memoria che ha loro presentato capiscano il suo punto di vista e ritirino le accuse. La sua strategia dilatoria in un primo momento sembra efficace: il processo si ferma per mesi ma alla fine di agosto Bellarmino, analizzando la difesa scritta dell’imputato, vi ravvisa ulteriori eresie. Viene fissata l’udienza finale del processo il 9 settembre. Durante l’udienza, gran parte dei giudici si dichiara favorevole alla somministrazione della tortura – decisione che paradossalmente sarebbe favorevole all’imputato, perché sottintenderebbe una insufficienza di prove – ma il Papa nega l’autorizzazione e dichiara un “terminus ad resipiscendum”, cioè intima di arrivare a una sentenza con i dati disponibili. Il 10 settembre dunque si ripropone a Giordano Bruno la scelta tra abiura e pena capitale: egli si dichiara disponibile a fare qualsiasi cosa l’Inquisizione gli ordini e annuncia di aver scritto un nuovo memoriale, stavolta indirizzato direttamente a Clemente VIII. Cosa accade nei giorni successivi? Nessuno lo sa con certezza, fatto sta che l’Inquisizione non cambia rotta e Giordano Bruno si chiude in un ostinato mutismo fino a febbraio 1600, quando viene condannato a bruciare sul rogo a Campo de’ Fiori…

Perché Giordano Bruno si lasciò condurre al rogo il 17 febbraio 1600 senza tentare di ritrattare le sue tesi filosofiche e religiose per salvarsi la vita — sebbene si fosse più volte dichiarato disposto a farlo? Perché basò la sua strategia difensiva, nel corso degli anni, sull’ostinata compilazione di memoriali malgrado questo facesse più male che bene alla sua causa, come provano gli espliciti riferimenti a questo contenuti nella sentenza del Sant’Uffizio? Cosa si nasconde dietro l’ostinazione degli inquisitori e del papato? Chi ha voluto la sua morte a tutti i costi e perché? Se lo domanda in questo saggio appassionante e documentatissimo Germano Maifreda, Professore ordinario di Storia economica presso il Dipartimento di Studi storici dell’Università degli Studi di Milano, che qui deroga al suo usuale campo di studio per lanciarsi in un racconto che somiglia ad un legal thriller. Al centro delle innovative tesi di Maifreda c’è l’ambigua figura del frate cappuccino Celestino da Verona, detenuto nello stesso periodo di Giordano Bruno, come lui condannato a morte (ma poi effettivamente bruciato sul rogo?) ma suo nemico giurato e per di più legato da misteriosi rapporti ad alte gerarchie ecclesiastiche. L’affascinante ma plausibile ipotesi dell’economista con la passione della Storia si dipana lungo tutto il volume, che ripercorre la vita del filosofo nolano e l’evoluzione del suo pensiero. Un libro davvero sorprendente che illumina da una nuova angolazione una delle pagine più tetre della storia del pensiero occidentale.



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