Io e Betty

Io e Betty
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Betty sta perdendo la memoria. Ogni giorno chiede continuamente cose come quale sia la capitale del Portogallo o come si chiami l’attore del film che sta guardando in tv. George è volato da New York a Paris, Missouri, per prendersi cura di lei. Assicurarsi che prenda tutte le medicine, convincerla a buttare i suoi sandalacci sfondati; coccolarla col peggiore junk food e con i sandwich al pesce gatto, fare finta di niente se stecca una nota al pianoforte, accompagnarla alla partita di bridge con le amiche sperando che la sua memoria la assista e non la metta in imbarazzo, portarla in chiesa per suonare gli Inni. Da queste cose più una quantità incalcolabile di imprevisti è scandita la loro giornata. Betty non accetta l’idea di farsi aiutare, ha sempre badato a se stessa e non vuole ammettere di avere bisogno. Non è orgogliosa, è solo che nei momenti di lucidità ha perfettamente chiaro il quadro inesorabile del percorso. Hanno lo stesso carattere, madre e figlio, anaffettivi, incapaci di esternare ciò che provano, refrattari alla manifestazione di debolezza. George è omosessuale, in casa non ha mai fatto un vero e proprio outing: suo padre lo scoprì ad amoreggiare con un fidanzato sul divano in soggiorno e quello fu tutto, mentre Betty gli scovò riviste gay porno sotto il materasso. E pure quello fu tutto. Del resto, il silenzio è stato lo sprofondo di ogni questione familiare. Ora però Betty sta per morire e George ‒ che nella sua vita da gay goffo, ciccione, drogato e occhialuto ha toccato il fondo più e più volte ‒ deve fare i conti con tutti i suoi limiti umani e fisici e provare a recuperare un pezzo del rapporto con quella madre sempre presente ma sempre lontana, scavare nei ricordi per riappropriarsene, ricongiungersi a quel passato che aveva scacciato indietro per tentare di sfondare come editor nella Grande Mela. Proteggere quella donna che si fa sempre più fragile, che ha il terrore di cadere, che si sconvolge perché scopre di non riuscire più ad infilarsi la camicia da notte da sola, che butta ritagli di giornale presi in prestito dalla biblioteca scambiandoli per carta straccia è restituire l’amore che Betty, a modo suo, non gli ha fatto mai mancare. Un modo per restituirgli la risposta che lei gli dava quando da bambino lui le diceva, di cose che lo riguardassero, “non è affare tuo”. Lei rispondeva: “Tu sei affare mio”…

George Hodgman, editor per “Vanity fair”, con molta ironia squisitamente americana ci porta dentro il suo universo familiare. Un universo fatto di molti silenzi e non detti, di cose implicitamente acquisite e mai metabolizzate, di un passato triste di solitudine e omofobia. Racconta con grande senso della realtà quello che alla fine, raccolti tutti i pezzi, non è che insieme un dramma intimo ed un recupero della memoria. Nella malattia della madre ripercorre la vita della famiglia e la sua stessa dopo aver lasciato Paris per New York. La quotidianità sfibrante accanto ad una donna che sta progressivamente perdendo la memoria è l’occasione per ripercorrere il vissuto che si è lasciato dietro le spalle rincorrendo il sogno di diventare un editor di grido. La frustrazione di persona irrealizzata, sola, che ha collezionato una quantità di storie sbagliate e con l’incapacità di risolvere il suo personale conflitto interiore fino a sentirsi in colpa di essere “sbagliato” in quanto gay, ci restituisce un uomo che è forse più fragile della madre che accudisce, ma che non fa niente per nascondere tutti questi limiti che lo riguardano. Dalle prime battute ci potremmo fare l’idea di una cosiddetta “americanata” che tocca i cuori con facili sentimentalismi. Invece no, Io e Betty non si piega a niente di tutto ciò: racconta di cose devastanti con grande realismo, senza lasciarsi andare a facili vittimismi o retrospettive strappalacrime: il rapporto col padre, un uomo meraviglioso ma che non ha mai accettato fino in fondo l’omosessualità del figlio; gli anni dell’aids e dei numerosi gay che si scoprono sieropositivi per aver avuto rapporti non protetti; quegli stessi anni durante i quali George inizia ad assumere stupefacenti e frequentare party per essere al topo sul lavoro e venire contestualmente a capo di un conflitto interiore che però lo porta sempre più al fondo. La vita questo è, sembra volerci dire Hodgman: discese agli inferi e stentate risalite, sfidare l’anaffettività adottando un cane perché da qualche parte l’amore che ci portiamo dentro deve pur spurgare; bruciare il pasticcio di carne e cuocere brownies dal dubbio gusto pur di sapersi utili a qualcosa su questa terra, toccare Betty come una bambola di cristallo e trasalire se la goffaggine ha vinto su quel corpo che ha sviluppato una sensibilità acuta e si ferisce anche se lo sfiori. La vita questo è, mentre ci assale quel costante senso di disperazione per l’impotenza davanti all’incedere lento della morte.



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