Io, Ibra

Io, Ibra
A Rosengård, un sobborgo di Malmö pieno zeppo di slavi, turchi, polacchi e somali, nei tardi anni ‘80 c'è un bambino bassino, con un gran nasone, che trascorre le sue giornate diviso tra la voglia di stupire i più grandi compiendo piccoli furtarelli e bravate in sella a BMX quasi sempre rubate, e la sua passione vera, quella di correre dietro ad un pallone. Si chiama Zlatan Ibrahimović. Quando i suoi genitori si separano, lui non ha ancora due anni. Dopo varie peripezie giudiziarie, il tribunale decide per l'affidamento separato dei fratellini. Lui finirà con papà Šefik. Non è un'infanzia facile la sua, costretto com’è sin da subito a barcamenarsi per sopravvivere alla povertà e alle assenze del padre. In quel sobborgo vige la legge del più forte e devi imparare presto a farti rispettare, anche con le cattive. Sono tanti i momenti bui, sopratutto quando trova il padre ubriaco e irascibile e il frigo vuoto. Eppure Zlatan, tra risse, furti, bullismo e tanta solitudine, riesce a trovare il tempo e la voglia per coltivare la sua più grande passione. Il calcio. È nelle giovanili del MBI che inizia le sue prime sgambettate dietro ad un pallone. Ha solo sei anni. Ma l'ambiente troppo fighetto che pervade quella squadra, presto lo irrita. Lui che già è capace d'incantare con i suoi numeri da circo facendo imbestialire allenatori e genitori dei piccoli colleghi a cui non passa mai la palla, e contro i quali, neanche a dirlo, risponde immancabilmente per le rime. E così, dopo aver cambiato un po' di squadre, approda all'FBF Balkan, dove finalmente trova un ambiente familiare. “All'MBI i paparini svedesi gridavano: «Su avanti, ragazzi, datevi una mossa. Ben fatto!». Al Balkan si sentiva piuttosto: «In culo a tua madre!». C'erano slavi pazzi che fumavano come ciminiere e lanciavano scarpe. Pensavo: 'Magnifico, proprio come a casa! Qui sì che mi ci ritrovo!'”. È in quella polveriera che si forgia e prende vita la leggenda del cobra, Zlatan Ibrahimović...
Spaccone, bullo, presuntuoso, irriverente, scontroso. Eppure emozionante e geniale come un'opera di Picasso. Zlatan Ibrahimović in questa autobiografia si racconta e racconta il calcio - ma non solo - con la stessa nonchalance con la quale sa piazzare nel sette – magari di tacco - un pallone che uno già minimamente forte a malapena riesce solo a stoppare. Dall'infanzia povera ma vissuta con l'ombra mastodontica e fiera del padre accanto - uomo di pochissime parole, troppo incline alla bottiglia per riuscire a seguire l'irrequieto adolescente Zlatan - alle prime esperienze calcistiche in squadrette di periferia dove già incantava, lui gigante di uno e novanta, con movenze ballerine da brasileiro manco fosse sulla sabbia di Rio, per cercare riscatto con fanciulle fin troppo interessate a macchinoni e verdoni scintillanti. Fino ai contratti milionari con le prime squadre professionistiche e miliardari con Juve, Inter, Barcellona e Milan. Ne viene fuori un racconto e un ritratto spassoso di un personaggio eccentrico e sicuramente sopra le righe, ma con una volontà d'acciaio e una capacità altissima di reggere il confronto con prove impossibili, spostando l'asticella delle sue ambizioni quasi sempre oltre il limite della sfida. Ma non c'è solo il calciatore. Ibra da subito capisce che le sue giocate possono non solo incantare e finalmente conquistare signorine ora pronte a far la fila per montare sulle sue Ferrari da collezione, ma anche regalargli soldi a palate. I suoi piedi magici sono infatti S.p.A che riempiono conti in banca a nove zeri con la facilità di un dribbling. Ecco perché affida le sue preziose gambe al fuoriclasse del mercato mondiale, il procuratore di origini italiane Mino Raiola. Fisico da pizzaiolo ma cervello finissimo, Raiola è capace come nessun altro di trasformare i presidenti dei più titolati club di mezza Europa in slot machine, pronte a riversare gettoni d'oro nelle tasche – sue – e dei suoi assistiti. Scritta a quattro mani con il giornalista David Lagercrantz questa biografia farà le gioie dei fan più sfegatati di Ibrahimović, ma anche di coloro che semplicemente masticano calcio e si vogliono divertire a spiarne le quinte, gustandosi le numerosissime bordate che il gigante di  Malmö per una volta riserva non soltanto ai portieri avversari, ma anche a colleghi, allenatori e dirigenti.

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