Io mi chiamo Miguel Enríquez

Io mi chiamo Miguel Enríquez

Santa Marinella, Roma. Fuori dal commissariato c’è un tempo da lupi. La pioggia e il vento non danno tregua e i mezzi di soccorso fanno brillare i loro lampeggianti nella notte. Il maresciallo Massimo Alatri sta facendo il turno di notte quando all’improvviso bussano alla porta. Il funzionario delle ferrovie che attende sulla soglia, intirizzito e fradicio, gli consegna un anziano signore dall’aria spaesata e con una leggera contusione sulla fronte, probabilmente arrivato in stazione con un treno proveniente da Roma. Con sé, il vecchio non ha né soldi né documenti. Rimasti soli, Alatri riesce a far parlare l’uomo che finalmente svela la propria identità: Miguel Humberto Enríquez, di nazionalità cilena, nato a Talcahuano il 27 marzo del 1944. L’uomo pare ricordare solo il suo passato, ma non gli avvenimenti recenti, tanto da non sapere per quale motivo si trovasse a Roma. Alatri decide quindi di contattare l’ambasciata cilena scoprendo che Miguel Humberto Enríquez, capo del Movimento de Izquierda Revolucionaria, è stato ucciso dai Servizi di sicurezza del regime militare cileno nel 1974. Chi è dunque questo anziano signore che sostiene di essere un rivoluzionario cileno morto più di quarant’anni prima? Raggiunto in commissariato da Carmen Verdugo, funzionario dell’ambasciata, e dall’amica psicologa Margherita, per Max Alatri le sorprese non sono finite. Alla porta, infatti, si presentano tre anziani, che sostengono di essere amici dell’uomo, funzionari ministeriali in pensione in vacanza a Roma. La tempesta che si abbatte su Santa Marinella non accenna a smettere, dentro al commissariato la tensione cresce. Il vecchio, infatti, si rifiuta di seguire i tre anziani, sostenendo che proprio loro lo stavano inseguendo…

Tre capitoli, tre racconti che, uniti, danno forma a un unico romanzo. Io mi chiamo Miguel Enríquez, La linea e Al amara sono infatti altrettanti momenti distinti della vita del commissario Massimo Alatri e svelano il perché questo commissario di polizia abbia, in passato, prima abbandonato l’Arma per cominciare la professione di avvocato, per poi rientrare in servizio e scegliere come destinazione proprio Santa Marinella. Dei tre, per ritmo, stile e trama, il migliore sembra in verità essere La linea, nel quale un avvocato pentito, Alatri, un buttafuori ex-poliziotto e un carabiniere nazista si scoprono alleati contro la criminalità organizzata. Nel racconto si respira tensione, voglia di vendetta, mentre la trama corre sul filo del rasoio tra legalità e illegalità. In ogni caso, Paolo Tagliaferri, avvocato penalista e che ha all’attivo già un paio di romanzi gialli, conferma con quest’opera, ibrido tra una raccolta di racconti e un romanzo, uno stile fluido e una capacità di narratore che non stancano mai il lettore, grazie anche a un approccio che potremmo definire quasi cinematografico. Di certo, Io mi chiamo Miguel Enríquez ha il pregio di riportare alla memoria alcune vicende che per molti sono sconosciute e che, grazie anche alla prefazione di Emilio Barbiani, Segretario di Legazione presso l’Ambasciata italiana a Santiago del Cile all’epoca dei fatti riguardanti Miguel Enríquez, raccontano un momento buio della storia del Sud America. Perché il compito della letteratura è anche questo: raccontare ciò che è stato dimenticato.



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