Io, morto per dovere

Io, morto per dovere
“Roberto Mancini. Affettuoso ma volutamente dominante. Riesce a miscelare interesse per la persona con comunicazioni professionali e di servizio. Giudizio centrale su una riconosciuta ed encomiata professionalità che ha scontato l’essere indisponente e con un carattere di merda che ha impedito la giusta collocazione”. È il giudizio che un superiore gli ha lasciato sulla scrivania, il giorno prima del suo ennesimo trasferimento: Roberto Mancini, poliziotto “comunista”, con il manganello alla cintura e “il manifesto” sottobraccio, è uno che sa cosa vuole. Fin troppo bene: al punto da rendersi inviso ai superiori, pagandone le conseguenze. Non solo per una generica insofferenza all’autorità: ma perché le scoperte che ha fatto “danno fastidio”, sono scomode e vanno tenute in disparte. Fin quando possibile, almeno. Perché prima o poi la verità viene fuori, e allora si scopre cosa c’è sotto al dramma della “Terra dei fuochi”, che Mancini aveva cominciato a svelare e a descrivere con tanto anticipo rispetto ai giornali e ai tribunali: una commistione di interessi nella quale il denaro circola con la stessa rapidità dei rifiuti tossici, abbastanza da mettere a tacere qualsiasi livello istituzionale...

Luca Ferrari, giornalista, documentarista e fotografo che ha lavorato sia con la carta stampata sia con la televisione, è autore dell’inchiesta che per la prima volta ha raccontato sul quotidiano “la Repubblica” la storia e il lavoro di Roberto Mancini, poliziotto morto a causa di un linfoma contratto per aver messo le mani ‒ in senso letterale ‒ nelle discariche tossiche della Terra dei fuochi, onde portarne alla luce la realtà concreta. Insieme a lui Nello Trocchia, giornalista e scrittore che collabora anch’egli con giornali e TV e si è distinto per i suoi servizi incentrati sul legame tra il disastro ambientale e la criminalità organizzata, scrive un libro che attinge non solo ai fatti giudiziari e di cronaca, ma anche agli appunti inediti di Mancini e alle testimonianze della moglie, Monika Dobrowolska. Per delineare il ritratto di un uomo ‒ dagli anni del liceo e del collettivo a quelli del “cambio di prospettiva”, con il passaggio alle forze dell’ordine (ma sempre al servizio del popolo, non del potere) ‒ che non amava gli eroi perché tutti quanti dovrebbero “sporcarsi le mani” incidendo sulla realtà in prima persona, senza star sempre ad aspettare l’icona di turno ma che, con il suo comportamento determinato, lo è stato. Giuseppe Fiorello, che ha interpretato il personaggio di Mancini nella recente fiction Io non mi arrendo, firma anche la prefazione.

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