Io non ci volevo venire qui

Io non ci volevo venire qui
Sta a vedere che la colpa è delle frasette 'a fantasia' che ti faceva fare la maestra alle elementari, quelle nelle quali bisognava obbligatoriamente infilare questo o quell'avverbio, con risultati comicissimi. Sta a vedere che nonostante la faticaccia la tua passione per la scrittura è nata là. O dalla passione per i Pink Floyd (chissà cosa è nato dalla passione di qualche tuo amico per gli Ultravox, che sono ben presto spariti dalla circolazione!), che hai scoperto in una estate lontana al jukebox del Lido Arenella, nella tua assolata Siracusa. Oppure è colpa di quello zio che voleva cambiare il mondo in espadrillas e capelli lunghi e ora invece al massimo cambia Bmw, proprio quello che ha scambiato il curriculum che stavi spedendo alla fabbrica di tonno in scatola del cavalier Carmine Cocunno per un posto da guardiano notturno per un racconto e ti ha iscritto al prestigioso corso di scrittura creativa della Scuola Harold Frescon. O magari è colpa dell'alfabetizzazione di massa, che non si sa perché invece di creare schiere di matematici fa sì che le città rigurgitino moltitudini di aspiranti artisti, gente come te che hai provato invano per anni a strimpellare la chitarra acustica e hai nel cassetto un romanzo di fantascienza di 400 pagine, o come tale Igor Bio, un atroce figlio di papà che ha studiato Regia a New York e ora sta per coinvolgerti in una pazzesca messa in scena di "Molto rumore per nulla" di William Shakespeare...
Tra un profluvio di citazioni pop, la storia di un perfetto esponente di quelle generazione X che ha creduto (e purtroppo crede ancora) di avere il diritto di rivendicare l'espressione di un talento artistico purchessia, un talento che spesso esiste solo nella testa del sedicente scrittore, poeta, musicista, pittore, fotografo, regista, attore, cineasta, performer. Il tutto con dosi massicce di salutare (auto)ironia. Del resto, chi è senza cd autoprodotto, cortometraggio o romanzo nel cassetto scagli la prima pietra. Angelo Orlando Meloni non nasconde i richiami allo stile surreale di Paolo Villaggio e al cabarettismo 'sociale' à la Zelig, rivendicando per sé un ruolo (molto, molto ambizioso) da Woody Allen di provincia meridionale: e i momenti più felici del libro infatti sono proprio quelli in cui la dissonanza tra il background medio-borghese siciliano del protagonista e le sue pretese di maledettismo artistico si fa più grottesca (spassosissimo il racconto della prima dell'adattamento avant garde di "Molto rumore per nulla" nell'oratorio parrocchiale). Il ricorso a sconclusionati (a volte troppo) test qua e là fa da contrappunto a una narrazione che scorre senza intoppi, facendo di Io non ci volevo venire qui il piacevole compagno di qualche ora di lettura al massimo. Resta però in bocca l'agrodolce sapore del paradosso che per ironizzare sulla mania degli italiani di scrivere libri non indispensabili si sia scelto di scriverne un altro.

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