Io non mi chiamo Miriam

Io non mi chiamo Miriam
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La mattina del suo ottantacinquesimo compleanno Miriam ha un risveglio complicato: la sua mente è stata agitata dagli incubi per tutta la notte, e, come sempre in questi casi, il rituale di purificazione per un sereno ritorno alla realtà è complesso. Con gli occhi ancora chiusi raccoglie con mani delicate e pietose il suo cervello bruciante e lo porta all’esterno, attraverso la bruma del primo mattino, fino alla riva del fiume nelle cui acque gelide lo immerge per ripulirlo, lavare via il dolore incrostato, i ricordi rimossi. Il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno è anche l’ultimo che Miriam decide di vivere nella menzogna, in incognito. È un oggetto a scatenare l’insorgere prepotente del passato: un bracciale di artigianato zingaro dono del suo figliastro Thomas, della Nuora Katarina e della nipote Camilla. Con indosso la sua vestaglia color fiordaliso, Miriam apre le cataratte dei ricordi: lei in realtà si chiama Malika ed è una Roman. I ricordi si affollano, lottano per venire a galla, per non tornare ad essere negletti in un subconscio profondo che per oltre settant’anni non è stato pronto a rilasciarli. Sono ricordi terribili che si dipanano lentamente, come il tempo della prigionia ad Auschwitz, dilanianti come la fame che ha consumato le guance del suo dolce fratellino Didi fino a scavarci dentro un buco, strazianti come le urla che ferivano la notte nelle baracche, graffianti come la voce di Bunz, il loro aguzzino, intensi e disperati come lo sguardo negli occhi dei quattromila prigionieri che hanno sfidato la morte nella rivolta di Auschwitz armati solo della loro determinazione, della disobbedienza e di un coltello e un uncino. Vengono fuori disordinatamente, si affastellano alternandosi ad altre memorie, quelle dell’arrivo in Svezia, dell’incontro salvifico con Hanna e Olof che diventeranno le figure centrali della sua vita per lungo tempo, le daranno stabilità e indirizzeranno la sua vita verso obiettivi pragmatici, consentendole di inventare un’altra se stessa, una Miriam nuova di zecca che si presenta come una tela bianca sulla quale la determinata, pragmatica Hanna possa disegnare la donna che diventerà…

Io non mi chiamo Miriam affronta due tabù ugualmente potenti e dolorosi: racconta Auschwitz attraverso la narrativa, cosa che Primo Levi e Eli Wiesel avevano definito impossibile, e affronta il tema dell’Olocausto dei rom che è una delle più grandi nequizie della storia. Non solo nessuno ne ha mai ufficialmente parlato, infatti, ma questo popolo è stato ignorato nei risarcimenti e nei riconoscimenti fino al 1997. La scrittrice e giornalista svedese Majgull Axelsson decide di fare della memoria la protagonista principale di questo potente, evocativo e complesso testo. Sono ricordi del tempo Roman a fare da padroni della narrazione di Malika\Miriam. Grazie ad essi la sua mamma, suo papà, i fratelli, le sorelle, il villaggio, hanno di nuovo diritto di cittadinanza in un mondo che li aveva cancellati, espulsi come reietti, condannati all’esilio dalla memoria collettiva, oltre che dai luoghi. Nonostante scelga di farlo in chiave romanzata, l’autrice fa un’attenta opera di ricostruzione, storicamente documentata, mai sopra le righe anche se le emozioni la fanno da padroni e il dolore è l’inchiostro in cui intinge la penna. La Axelsson riesce a dare all’esperienza di Miriam ‒ che in una recente intervista ha definito come un personaggio nato dalla somma di molte persone da lei conosciute e intervistate ‒ un carattere universale, che trascende la dimensione narrativa per affiancare con pieno diritto di cittadinanza le testimonianze consegnate alla letteratura dai veri sopravvissuti di ogni Olocausto.

LEGGI L’INTERVISTA A MAJGULL AXELSSON


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