Io, piccola ospite del Führer

Io, piccola ospite del Fuhrer
Inverno 1945. Nell'aria grava un opprimente puzzo d'incendio: "Berlino brucia, e ormai sembra un fatto normale". Fa molto freddo, sono le 8 di mattina. Helga si stringe nel suo cappottino marrone di due misure più piccolo e batte a terra i piedi fasciati dalle scarpe troppo strette, per scaldarsi. Si sente debole: anche ieri sera a lei e al fratellino sono toccati solo un tozzo di pane secco e due fette di rapa bianca. Peter ora stringe la mano della matrigna, piagnucolando perché ha appena scoperto che la donna non potrà seguirli e che loro bambini dovranno partecipare da soli alla "gita" che li attende oggi. Non lo consola - almeno non del tutto - neanche la prospettiva di mangiare salsicce a pranzo. Stanno fermi, in attesa davanti al portone mezzo crollato del palazzo in cui vivono ospiti dell'appartamento di zia Hilde, anche se la maggior parte del tempo lo trascorrono in un affollato rifugio antiaereo per sfuggire ai continui bombardamenti. Il bus è in ritardo. Dicono che non ci sia una sola goccia di benzina in tutta la città, e del resto non c'è elettricità, manca l'acqua potabile, niente legno e carbone e l'erogazione del gas è sospesa. Non si trovano generi alimentari neanche a pagarli oro (letteralmente, non metaforicamente), e nemmeno la carta igienica, che sembra una mancanza da niente e invece quando ti trovi a sprecare tutti i libri di casa per pulirti il sedere, ti fa male il cuore. Persino una bambina come Helga inizia a chiedersi che razza d'uomo sia un Führer che permette tutto questo: "Non era forse Adolf Hitler l'uomo più potente della Germania? E perché allora non faceva qualcosa per far cessare quell'inferno?". Chissà, se trovasse il coraggio oggi Helga potrebbe chiederlo direttamente a lui. Sì, perché lei e Peter, assieme ad altri bambini, stamane visiteranno l'impenetrabile bunker in cui è rifugiato Hitler assieme al suo stato maggiore...
Un tuffo indietro nel tempo di sessant'anni. È quello che è costretta a fare Helga Schneider quando, nel 2005, viene  invitata da Radio Uno RTSI a Lugano per partecipare a un dibattito sul film "La caduta", diretto da Oliver Hirschbiegel e interpretato da Bruno Ganz, che racconta gli ultimi giorni di Hitler e sta sollevando polemiche a non finire. La visione della pellicola le toglie il sonno per alcune notti, anche se trova "il bunker troppo illuminato e i corridoi più larghi di quanto non fossero in realtà". Già, il bunker. Il cosiddetto Führerbunker era situato circa 8,2 metri sotto il giardino della Cancelleria del Reich, trenta stanze su due livelli costruite in due fasi, 1936 e 1943.  Hitler vi si trasferì il 16 gennaio 1945, seguito dalla sua segretaria Traudl Junge, da Martin Bormann, Eva Braun, Joseph Goebbels e consorte insieme con i loro sei figli, oltre naturalmente al personale di servizio, ad alcuni ufficiali e al corpo di guardia. Per qualche mese, fino alla seconda metà di aprile e alla caduta di Berlino, il centro nevralgico del III Reich fu questo tetro, puzzolente sotterraneo dalle pareti di cemento armato. Con una delle sue trovate propagandistiche sinistramente geniali, il ministro Goebbels organizzò delle visite al bunker da parte di comitive di bambini berlinesi, che così avrebbero ricevuto cibo, vestiti e soprattutto dato la sensazione di un regime ancora vivo. Tra quei bambini è capitata anche Helga Schneider, che - come già accaduto  con altri suoi libri successivi al memorabile esordio – ci regala uno "spin off" de Il rogo di Berlino, stavolta incentrato solo sull'episodio della visita al bunker (più altri drammatici flashback). Il ritratto di Adolf Hitler che esce dalle pagine è quello di un uomo malato, tremante, terrorizzato, sull'orlo dell'abisso, con la consapevolezza della fine imminente nello sguardo febbrile. Rintanato nella sua reggia sotterranea come un eroe negativo shakespeariano, attende che le macerie del suo folle sogno e di una città massacrata lo seppelliscano per sempre. Ma nel frattempo distribuisce salsicce, dolciumi e tremanti carezze sulle gote di bambini che sono sue vittime innocenti, prima che suoi compagni di sventura e di sconfitta.

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