Io qui, tu là

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Sin da quando era poco più che un bambino, Eugenio aveva capito che ci sarebbe stata solo una cosa in grado di renderlo felice e quella cosa era una persona, o meglio una donna, “magra, bella, con i capelli neri, la carnagione chiara e un grande senso dell’umorismo, non doveva arrabbiarsi mai, essere sempre positiva e contenta”. Per qualche strano motivo tutto questo però non era avvenuto e alla soglia dei suoi trentasei anni, Eugenio si trova a vivere una storia infelice con Addolorata, una ragazza sempre triste e di cattivo umore, e così intrisa di negatività da togliere ad entrambi qualsiasi forma di felicità. In questa situazione stanca che si trascina ormai da sei lunghissimi anni, accade qualcosa che sembra risvegliare Eugenio dal torpore che caratterizza ormai tutte le sue giornate. Nel 2003 (adesso siamo nel 2011) ha infatti cominciato una corrispondenza epistolare sporadica all’inizio, sempre più intensa poi, con Viola una ragazza di Treviso che dopo aver letto il suo libro aveva deciso in qualche angolo remoto della sua testa e del suo cuore che se lo sarebbe sposato. Più di trentacinquemila email, ma anche tanti chilometri di distanza e un fidanzato per Viola con cui convive da più di dieci anni e che sembra destinato a prenderla in sposa. Eppure questa storia sembra diventare ogni giorno più importante tanto che Eugenio, saturo, dopo una vita passata dentro un “sarcofago incrostato” privo di sogni, ambizioni e soprattutto amore, decide di lasciare Addolorata e cominciare a frequentare Viola. Non tutto però è proprio come nelle favole, la ragazza ha i suoi dubbi e all’inizio pare non fidarsi di quel ragazzo all’apparenza solo e senza amici, con troppe fobie, mille autolesionismi e poco coraggio. Ma un giorno, Eugenio al culmine del dolore e della nostalgia per la mancanza di Viola, prende una decisione che sarà in grado di cambiare per sempre i destini di entrambi…

La prima cosa che colpisce leggendo Io qui, tu là è il senso di appartenere ad un’enorme, sconfinata, incompresa comunità di amori infelici. Chi può infatti onestamente dire di non avere mai vissuto una storia sfortunata, di non essere finito nella trappola tentacolare di un rapporto malato da cui sembrava impossibile liberarsi? Mauro Zucconi entra abilmente all’interno di questi meccanismi, ne descrive le dinamiche, ne carpisce i segnali, cerca perfino di trovare delle soluzioni logiche per far uscire dal pantano il protagonista del suo romanzo. In realtà, per Eugenio che è a tutti gli effetti una persona intelligente e ragionevole, la logica non è di grande aiuto perché nonostante tutti i ragionamenti lo guidino incontro all’unica, possibile soluzione di rompere con Addolorata, l’evidenza sembra spingerlo proprio nella direzione opposta. Eugenio sa che per quanto lo riguarda è senza dubbio un “misto di paura, un misto di scarsa considerazione di quelle che erano le mie reali possibilità nella vita e di cattiva valutazione della difficoltà della cosa”. Nella palude illogica di quel suo amore disperato non riesce a trovare lo stimolo per reagire, per risorgere dalle ceneri sotto le quali si sta volontariamente seppellendo. Conoscere Viola gli dà la forza e il coraggio per andare al di là di tutte le sue perplessità, gli regala la consapevolezza di un tempo prezioso che non va sprecato e lo trascina oltre i suoi limiti, godendo dei benefici di quell’acqua “fresca e brillante che percorre con furia, avidamente, la superficie del deserto e si infila in tutte le fessure e in tutte le crepe e un pezzo per volta lo scioglie e lo salva dall’inaridimento totale”. Eugenio si salva da solo, che è poi la chiave di lettura finale di questo libro godibilissimo, pieno di ironia, di sagacia e di buon senso. Siamo dunque noi i responsabili ultimi della nostra infelicità così come della nostra felicità che resta, alla fine di tutto, “l’unica destinazione verso cui la forza misteriosa che nasce dalla nostra configurazione cellulare tende in modo cieco e automatico”. Non esiste predestinazione, non esiste un fato malvagio, esistono piuttosto la volontà e la determinazione nel perseguire un disegno d’amore che non è universale ma cucito addosso ad ognuno di noi in maniera diverso. Eugenio lo impara da subito dalla sua famiglia che rimane il faro di luce in grado di illuminare le sue giornate più buie, guardando suo padre e sua madre da fuori vede infatti “un organismo solo, un meccanismo perfetto composto da due ingranaggi che non potresti mai pensare separati, che girano armoniosamente e che sembrano lavorare insieme anche quando sono lontani”. Zucconi ha studiato Filosofia e si sente, lo stile è curato, alle volte prolisso ma figlio di un percorso lungo e accidentato che la narrazione aveva il dovere di far trasparire. La fatica e il travaglio di chi cerca di guadare un fiume melmoso ed ostile è reso alla perfezione in pagine e pagine di dubbi, interrogativi, scelte sbagliate, guizzi di autocoscienza. Si sorride parecchio e ci si riconosce in quegli andirivieni del pensiero che ci rendono tutti fratelli quando alle prese con le faccende di Cupido. E se anche Eugenio, nella sua immobilità spesso genera rabbia, non possiamo che fare il tifo per lui e per la sua Viola, creatura perfetta nelle sue imperfezioni e titubanze, che incarna il futuro finalmente in marcia col suo carico di gioia. Un modo per dirci di restare vigili, di non distrarci, immobilizzandoci davanti ad un facile “era così che doveva andare”. No. C’è sempre un tempo per provare a diventare migliori grazie a qualcun altro, l’essenziale è “non rassegnarsi ad una vita senza amore”.



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