Io sarò qualcuno

Io sarò qualcuno
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Quella mattina per Horace Hopper non è una delle tante: sa che a breve il suo sogno diventerà realtà. Diventerà finalmente qualcuno. Nonostante tutto, però, come tutti i giorni si sveglia alle cinque, mette sul fornello del caffè e delle uova strapazzate e fa colazione su un tavolino da picnic fuori dalla roulotte in cui vive. Di lì a poco si preparerà, andrà a sellare i cavalli del Signor Reese e raggiungerà Pedro e Victor che fanno da guardia al gregge del suo capo da qualche settimana, portandogli le provviste per quelle a venire. Non è che odi il suo lavoro, anzi, a ventuno anni è fortunato ad averlo, lui che si ritrova solo in Nevada, senza una famiglia, abbandonato come in uno dei tanti brutti sogni che annota sul suo taccuino. Sa di essere fortunato anche perché il suo anziano datore di lavoro gli vuole bene come ad un figlio e l’ha accolto nella sua casa, non facendogli mai mancare nulla. Lui però vuole diventare come una di quelle leggende messicane, quei pugili forti, quei guerrieri pronti ad affrontare tutto senza paura, le cui foto tappezzano le pareti della sua modesta dimora mobile. Prende quel poco che ha e si trasferisce nel bollente stato dell’Arizona, a Tucson, dove diventa Hector Hidalgo. Lì, dopo una giornata di lavoro in un’officina, viene istruito a lottare con i guantoni da Alberto Ruiz, che di incontri in passato ne ha visti e ne ha fatti tanti. Lì, impara a dare e a ricevere i colpi, che spesso possono spaccarti il naso e gonfiarti l’occhio destro, ma che ti insegnano più di mille parole a non abbassare mai la guardia...

La definizione iniziale che si potrebbe dare, forse anche erroneamente, a questo bel romanzo di Willy Vlautin è “western”, considerata l’ambientazione con cui si apre la storia di Horace. In effetti, del western c’è tutto: i cavalli, il mandriano che, con tanto di sacco a pelo e provviste razionate, vive sulle montagne accanto agli animali per il periodo di ingaggio, il Nevada con i suoi paesaggi. Sarebbe però minimizzare il mondo che in realtà l’autore vuole raccontare: quello degli ultimi che compongono l’America più profonda, quella vera e che è rappresentata solo dalla letteratura ma non appare sui rotocalchi o in televisione. Il giovane protagonista accetta la sua situazione ma, spinto da una voglia di sfondare nel mondo del pugilato, cerca di avanzare a modo suo nella scala sociale, sempre però sacrificandosi e lottando. La strada per la vittoria, per qualsiasi persona, è disseminata di sacrifici e, anche chi non raggiungerà la sua metà e si troverà, suo malgrado, a fare un passo indietro dall’esperienza difficile vissuta può solo che imparare. Il linguaggio di Vlautin a questo riguardo è estremamente emblematico: diretto, senza troppi eufemismi o giri di parole. Proprio come il cibo da strada messicano: buono, funzionale e senza alcun impiattamento da ristorante stellato. Il senso di solitudine è forte e ben narrato: Horace è protagonista unico della sua vita e della sua fame di riscatto e, a parte il finale, in cui si dimostra come gli affetti veri sono pronti ad accettare ogni tipo di apparente sconfitta, in tutto il libro su quel ring – non solo effettivo ma anche metaforico – è solo a prendere pugni in faccia e a farsi spaccare il naso. La colonna sonora è importante e vira con decisione verso il metal degli Slayer – di cui Horace ha anche un tatuaggio sul bicipite.



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