Io sono dinamite

Io sono dinamite
Friedrich Nietzsche scopre il fianco e si rivela, come un bambino nudo in culla, lasciando prova ultima della sua esistenza: lui era dinamite. Fra la grandezza del suo pensiero e le false interpretazioni naziste: lui rimase dinamite. Tra la morte ‘animalista’ per salvare un cavallo in cui si rivedeva indifeso dinnanzi all’esistenza: la dinamite esplose per sempre. Fiero discepolo di Dioniso – ridendo si disse “opposto dei virtuosi” – e senza elevare nuovi idoli si congedò dalla morale comune. Perché se ciò che è comune è la penosa situazione dell’uomo moralista, Nietzsche non poteva fare altro che rivendicare il diritto supremo all’avvenire. Mise i guanti e dispensò il confutare ideali altrui, nel segno del “Nitimur in  vetitum” fece previsione della vittoria della sua filosofia: solo la verità è stata vietata, ma col dono dello Zarathustra la dinamite donò all’uomo l’estremo regalo: la morte di Dio detta ai suoi assassini, e tutti provarono vergogna per il grido del profeta al contrario. Esplosione, luce e morale. Un urlo, nel manifesto a se stesso in cui si dichiara stella che danza, “rinnegatemi, e io tornerò a voi”. Megalomane o autocosciente? Provocatore o mito in vita? La felicità della sua esistenza risiede, a suo dire, nel suo essere fatale: racconta di enigmi irrisolti e nascosti, si finge già morto tra i vivi ed invecchia dichiarandosi eterno. Nel 1879 abbandona la cattedra di professore. Giovane, già stanco delle cose mortali, sistema il baffo e si dirige a Naumburg: diventa ombra. Ombra di chi? Di cosa? Ombra di se stesso: Friedrich Nietzsche è un’ombra. Da malato, come il padre morto giovane che tanto gli manca, l’uomo che pensò al superuomo discute di salute e rinnega il malanno. Da sano, faceva l’inverso – l’abitudine a rovesciare prospettive che rende eterna la trasvalutazione di tutti i valori. Giusti rimedi a situazioni peggiori, questo è diventare ciò che si è. Affrontare lo stato di eccezione e poi perdersi in un unico e interminabile piacere: “di buon mattino, a levar del giorno, in piena freschezza, nell’aurora della propria forza, leggere un libro, - ecco, per me questo è vizioso!”...
Assoluto. Come tutti i suoi libri, ma di più. Perché questo estratto di Ecce Homo combinato a dei frammenti de L’Anticristo dipinge il diario di un uomo che solca intenzionalmente la soglia della follia, massacrandola ad ogni sua intrusione. Evade, trascende, trasborda. Nietzsche come dinamite sgretola e sventra la morale istituzionale, si fa moralizzatore genealogico, si ritira dal mondo e si perde nelle aurore. Conosce la sua sorte, e ricorda il futuro come solo Dio può fare. In questo “ricordo dell’avvenire” appare qualcosa di terribile – una crisi mai vissuta su questa nostra terra nella quale la coscienza svanisce in un vortice. A leggere oggi questo libro, si prova quasi paura. E solo l’aurora al risveglio serba calda e intonsa speranza. 

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