Io sono Dot

Io sono Dot
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Dorothy Sherman, per tutti Dot, è una ragazzina di diciassette anni che vive con la mamma, il fratello Frank e la nonna in una vecchia roulotte. Da quando il padre se n’è uscito una sera alla presunta ricerca di un pacchetto di sigarette e non è più tornato a casa, per Dot e la sua famiglia sono iniziati i guai, soprattutto quelli finanziari. È così che ha dovuto abbandonare a scuola ed iniziare a lavorare come cameriera sui pattini al Dairy Bob, un drive-in aperto ventiquattr’ore al giorno. Ogni sera prima di addormentarsi, Dot finge con se stessa: immagina che riuscirà comunque a riprendere gli studi, a diplomarsi per poi andare al college e ottenere “una vera e propria laurea invece che un attestato di assistente infermiera, o come diavolo si chiama, oppure di estetista o ancora di stenografa”. Per carità, tutti mestieri onesti e rispettabili, ma Dot sa che tutte le ragazze di sua conoscenza che hanno abbandonato la scuola o sono rimaste incinte (con il padre del bambino che è immediatamente sparito dalla circolazione) oppure hanno finito per fare proprio uno di quei tre lavori trovando come unica soluzione abitativa una roulotte. Dove, a dire il vero, Dot vive già. La sua vita sembra prendere una piega diversa (”un punto luminoso che si insinua tra tutte queste cose, un po’ come un raggio di luce fortissima che cerchi di penetrare attraverso un sacco unto”) quando zio Elbert – mai visto e mai conosciuto da nessun membro della famiglia – si presenta alla roulotte con il suo vecchio furgone verde Dodge...

Quando apri un libro di Joe Lansdale osservi la copertina e cerchi di immaginarti cosa possa celare, ma in realtà non sai mai cosa aspettarti, se un thriller, un romanzo d’avventura o di fantascienza. Alla lunga lista di generi ai quali ci ha abituato Lansdale in questi anni – fra i quali ricordiamo anche graphic novel e racconti horror – si aggiunge questo Io sono Dot, un lungo racconto sull’adolescenza e sulla fatica di diventare adulti. Dot cresce e vive nel povero Texas orientale; ha dovuto sopportare appena dodicenne l’abbandono da parte del padre – che l’ha lasciata con una profonda diffidenza nei confronti dei fumatori e delle persone in generale ‒ e all’interno della famiglia appare sin da subito quasi la colonna portante nonostante la sua giovane età. La sorella maggiore Raylynn, che lavora anch’essa al Dairy Bob, vive in un’altra roulotte con due bambini piccoli avuti da due padri diversi ed è totalmente incapace di reagire alle violenze fisiche del compagno. Quando si presenta in famiglia con l’ennesimo corredo di lividi, l’unico modo che conosce Dot per reagire è tendere un agguato all’uomo violento e massacrarlo di botte con un grosso bastone. È questo il linguaggio che conosce Dot, cresciuta troppo velocemente, con pesanti responsabilità sulle spalle, con una rabbia repressa che spesso sfocia inaspettatamente e con la convinzione che il futuro non possa riserbare nulla di buono ad una come lei. Un barlume di speranza si accende quando nella sua vita compaiono Elbert – che afferma di essere il fratello del padre e questo gli basta per piazzarsi nella roulotte assieme a tutti gli altri – ed Herb, uno studente universitario che conosce durante una normale giornata di lavoro e per il quale prova sin da subito una profonda simpatia. Le avventure di questa ragazzina spavalda e iperattiva – che lei stessa narra in prima persona a ruota libera con uno stile infarcito di modi di dire – sono il racconto di un percorso di crescita, di perdono nei confronti di un padre (che Dot incontrerà nuovamente) incapace di adattarsi al suo ruolo; il riappropriarsi di uno spazio e dell’affetto di una famiglia che adesso – grazie alla saggezza di quello che si scopre non essere uno zio – sembra più propensa a comprendere i dubbi e le incertezze di quella che in fin dei conti è ancora una ragazzina. E perfino Dot da diffidente e disillusa riesce finalmente a sperare in una vita migliore: “Guardai verso le stelle e la luna. Mi ci volle del tempo per adattarmi al buio, dopo aver fissato le luci del parcheggio, ma trascorso qualche istante riuscii a vederle. Erano chiare, bianche e bellissime”.



 

 

 
 
 
 

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