Io sono Raymond

Io sono Raymond
Raymond Trevitt si chiama anche Euripides perché il padre, professore in una università dell’Illinois, è uno dei più grandi esperti americani di Euripide. Sarà per questo che Ray cresce ascoltando le storie delle tragedie greche, da Medea ad Antigone, invece delle classiche storie per bambini. E comunque lui e il padre non vanno d’accordo, il professore è un uomo già troppo vecchio e terribilmente convenzionale, anche per l’America di fine anni ’50. Ray fin da subito mostra di essere un bambino vivace e intelligente, ma la sua è quella specie di intelligenza “trasversale” che in genere porta chi la possiede a diventare o un genio o un povero disgraziato asociale. Quando ha otto anni Raymond fa amicizia con Zachary Crowe, un bambino brutto e goffo ma terribilmente sveglio. Nonostante la supremazia fisica di Ray, risulta subito chiaro che sarà Zachary, soprannominato Zock, a rivelarsi come quello più brillante e in grado di togliere Ray dai guai, da quando, ancora bambini, scappano a Chicago per pura voglia di avventura a quando, più grandi, Zock aiuterà Ray con le ragazze, scrivendogli delle efficacissime battute da  recitare al telefono. Alla fine delle superiori Zock viene ammesso ad Harvard mentre Ray dovrà frequentare il college di Athens, dove viene accettato solo perché è il figlio del professor Trevitt e non certo per i suoi voti brillanti. La vita universitaria è per Ray un fallimento, studia poco e s’innamora molto. A seguito di una delusione d’amore comincia a ubriacarsi e scivolare lentamente in una sorta di distruttiva apatia. Sarà Zock, di ritorno in città per le vacanze, a prendersi cura dell’amico. Cerca di stimolarlo, di farlo ridere, di spingerlo a non bere. Ma una sera, dopo essere usciti da un pub, Ray è completamente ubriaco e causerà un drammatico incidente d’auto in cui il suo miglior amico perderà la vita...
Comincia da qui il percorso esistenziale di Ray, il suo tentativo di sopravvivere al devastante dolore e senso di colpa. Prima un anno nell’esercito, dove collezionerà altre drammatiche esperienze, poi il ritorno a casa, dove cercherà di pacificarsi con la tranquillità borghese, ma il matrimonio risulterà troppo affrettato per poter resistere. In realtà Raymond Trevitt, proprio come il protagonista de Il giovane Holden – a cui questo romanzo è stato spesso paragonato – è il prodromo di un personaggio che caratterizzerà molta letteratura (e non solo) del novecento:un antieroe irrequieto e dolorosamente consapevole, che non accetta lo status quo e vive sulla propria pelle, commettendo errori e sbagliando spesso direzione, il complesso passaggio dalla giovinezza alla maturità. Grazie alla maestosa abilità di William Goldman, sceneggiatore da Oscar di film come Il maratoneta e Tutti gli uomini del presidente e autore di numerosi romanzi inediti in Italia, Raymond Trevitt è un personaggio indimenticabile, capace di stagliarsi sulla pagina senza alcun ammiccamento, anzi, quasi rifuggendo ogni tentativo di creare un sentimento di empatia con il lettore. Raymond non è un personaggio simpatico, e lo sa. Ma è proprio il suo cinismo, il suo disincanto, il nostro pensare “io non mi comporterei mai così” a rendercelo terribilmente vero. William Goldman, poi, scrive da Dio. I dialoghi e lo stile di questo libro, pubblicato nel 1957, per quello strano e imperscrutabile mistero che si chiama talento, risultano perfetti, moderni ed efficacissimi. A margine una nota sull’imbarazzante numero di refusi ed errori presenti nell’edizione italiana. Ero pronto a sparare a zero, poi ho saputo che l’editore ha mandato in stampa per errore la copia non corretta. E però potevano starci un po’ più attenti, cavolo.


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