Io sono un gatto

Il gatto Senza nome – nella casa in cui vive nessuno gli bada né ha sentito il bisogno di dargliene uno – come ogni gatto osserva con altezzosità il suo padrone, un insegnante di letteratura inglese che vive con la moglie e le figlie, e giudica la vita stramba che fa. Il professor Kushami recita canti no mentre è in bagno, poi schiaccia un pisolino, magari prova a tirare con l’arco, oppure compone degli haiku quando non è preso da altre velleità artistiche come la pittura per cui sfrutta Senza nome come modello con pessimi risultati. Da parte sua, il gatto è giovane e inesperto. Il primo tentativo di furto dalla tavola padronale finisce vergognosamente, così come fallisce anche la prima vera e propria battuta di caccia al topo in cucina. Meno male il padrone spesso riceve allievi e altri professori per dissertazioni colte e sugosi taglia-e-cuci sul vicinato, altrimenti la sua vita sarebbe di una noia mortale. Fanno discorsi assurdi, questi umani. In ballo c’è il matrimonio del giovane Kangetsu, sul quale un giorno si presenta addirittura la madre dell’aspirante sposa a chiedere informazioni...
Pubblicato nel 1905, il primo romanzo di Natsume Kinnosuke in arte Soseki (il terzo tradotto in italiano, sempre da Neri Pozza) ha per io narrante un gatto che vive in Giappone durante l’era Meiji, un periodo di trasformazione e di una certa stabilità che va dalla fine dell’Ottocento al primo decennio del Novecento. Scritto con un linguaggio semplice – fu pubblicato in una rivista letteraria a puntate tra il 1905 e il 1906, un secolo prima della traduzione italiana - e ricco di riferimenti storici e letterari non solo giapponesi ma appartenenti anche alla cultura europea, il libro ha la forza principale nella capacità di riportare tutta l’atmosfera e le sensazioni della propria epoca. Benché con profonde differenze, anche in Giappone, come del resto in Europa, sono anni in cui tanti valori sono messi in discussione, e la condizione umana è esaminata alla luce di conquiste sociali e progressi tecnologici non sempre accessibili a tutti. La trovata di Soseki è proprio quella di far esprimere a un animale che conosce bene e che è tanto caro all’uomo come il gatto, certe considerazioni scettiche sul presente e sull’avvenire, determinando un effetto comico che persiste per l’intera lunga narrazione. Infatti Senza nome, il gatto filosofo, in più momenti del romanzo si rivolge ai lettori con complicità e confidenza sui temi più disparati, con il disincanto e l’incredulità propri dell’uomo novecentesco: “Nulla esclude che la donna appena ricevuta in sposa non possa morire domani, eppure lo sposo non sembra darsene pensiero e recita felice canti augurali.” Ma non mancano rivelazioni sul mondo animale che solo un gatto potrebbe fare: “Ora dovete sapere che le ali di una mantide sono molto lunghe e strette, come il collo, ma hanno una funzione puramente ornamentale, non sono di alcuna utilità pratica. Esattamente come l’inglese, il francese o il tedesco per gli esseri umani.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER