Io sono una stella

Io sono una stella
Inge, ebrea tedesca, ha sette anni quando con i suoi genitori viene rastrellata ed internata dai nazisti nel campo di concentramento di Terezin, in Cecoslovacchia. A lei, bambina, tocca vedere attraverso occhi ancora infantili, la più grande atrocità del secolo passato: l’Olocausto. Tra i suoi ricordi, il primo contatto con l’abisso nazista fu la spedizione del padre e del nonno al Campo di Dachau durante i rastrellamenti della Notte dei cristalli. Vennero rilasciati dopo poco, ma il tempo fu sufficiente a meditare di andare via da Kippenheim, verso Jebehausen, la città dei nonni, con la speranza di lasciare al più presto la Germania. Gli anni di Jebenhausen, per quanto vissuti in una sorta di sospensione, racchiudono i ricordi più belli di Inge. Ma fu proprio in quel contesto che la “soluzione finale” sorprese lei ed i suoi cari. Il 22 agosto 1942 fu deportata con la sua famiglia; privata di un nome, di una cittadinanza “è proprio vero, tutto è perduto, sono siamo più cittadini con nome, ora è un numero il nostro cognome” Inge diventa il numero XIII-I-408 ed insieme alla sua bambola Marlene, ultimo ricordo della nonna, intraprende la strada verso Terezin, via Stoccarda. Lì, a quaranta miglia a nord di Praga - subito varcata la soglia del campo (una vecchia fortezza militare costruita nel 1780), Inge si accorge che non c’è molto spazio per essere bambini. Eppure loro, i piccoli ebrei, sono bimbi speciali perché han sul petto una stella che li identifica sin da lontano. Da quel luogo, traduzione dell’orrore, della paura della morte, della violenza (“Tutt’intorno muri, muri, muri che assorbono il pianto e i suoi suoni oscuri”) Inge vede passare migliaia e migliaia di ebrei, magri, sporchi, smunti ed insieme a loro tanti e tanti bambini. La maggior parte, i più deboli, quelli “inutili” vengono inviati alla fine più atroce: Auschwitz…
In Io sono una stella la Auerbacher, liberata con la sua famiglia nel 1945 dai sovietici, ci accompagna nel breve ma intenso viaggio tra i suoi ricordi, quelli che immortalano per sempre la sua esperienza di bambina, di anima pura in quello che fu il più feroce accanimento contro un popolo che la storia contemporanea ricordi. Fotografie e i disegni arricchiscono notevolmente i contenuti, dando a tutto il libro un impianto lirico estremamente profondo e toccante. La parte narrativa, nella quale spiccano anche importanti e precise contestualizzazioni storiche, è corredata da tutta una serie di poesie in rima baciata che, pur nella loro semplicità, pur nel loro carattere infantile, dischiudono al lettore, con delicatezza e commozione, un mondo fatto di quotidiana crudeltà, di costante umiliazione, di annichilimento e dolore cui andarono incontro tutti coloro che varcarono le soglie di quei campi nei quali il lavoro li avrebbe resi liberi. I ricordi del singolo, a questo punto, sembrano essere quelli di tutto un popolo martirizzato e offeso, marchiato nell’anima e sulla pelle. Le memorie della Auerbacher, destinate ad un pubblico giovane, sono in realtà un monito, rivolto a noi adulti, affinché l’infanzia e l’innocenza che in essa permane non vengano corrotte dal dolore e dalla morte “la mia speranza, il mio desiderio e la mia preghiera è che ogni bambino possa crescere in pace, senza conoscere mai la fame e l’ingiustizia”.

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