Io sono vivo, voi siete morti

Il 26 gennaio 1929 Jane K. Dick, una gracile neonata nata prematura poco più di un mese prima, veniva sepolta nel cimitero di Fort Morgan, Colorado. Sulla stele della sua tomba i genitori fecero incidere anche il nome e la data di nascita del fratello gemello a lei sopravvissuto, Philip. La data dopo il trattino fu aggiunta però solo il 2 marzo 1982, quando dopo cinque giorni di coma l’uomo di mezza età che quel neonato era diventato, fiaccato da ripetuti attacchi cardiaci, fu dichiarato morto. In mezzo a queste due date c’è l’esistenza tormentata di uno degli scrittori più importanti, originali e prolifici del ‘900: dal divorzio dei suoi genitori quando lui aveva solo 5 anni al trasferimento a Berkeley, dalla scoperta della musica classica alla passione per le riviste di weird science, dalla psicoanalisi che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita (assieme all’abuso di psicofarmaci) all’incontro con la sua prima moglie Kleo – pasionaria di sinistra braccata dal maccartismo –, dall’amicizia con Anthony Boucher al debutto come scrittore di fantascienza, dalle prime ossessioni di vivere una vita parallela alla relazione con la disinibita vedova vicina di casa che diventerà la sua seconda moglie, dalla scoperta dell’I Ching alla nascita della figlia Laura, dalle notti passate a sfornare romanzi a ritmi infernali grazie alle anfetamine alla scoperta dell’LSD, dall’insorgere di bizzarre paranoie in Philip al ricovero in una clinica psichiatrica della moglie (!!!) e non di lui, dalla fama al delirio, dalla fuga alla crisi mistica...

A distanza di più di vent’anni dall’edizione Theoria e di un decennio giusto giusto da quella Hobby & Work, Adelphi riporta in libreria con una nuova traduzione (che corregge qualche svarione presente nelle precedenti) una delle più interessanti biografie mai pubblicate sul geniale Philip K. Dick. Lo scrittore e saggista francese Emmanuel Carrère ripercorre la vita dell’autore di Ubik, La svastica sul sole, Le tre stimmate di Palmer Eldritch e tanti altri allucinati capolavori come sono soliti fare i giornalisti musicali nei libri sulle star del rock, e cioè prendendo in esame ogni loro album (in questo caso si tratta ovviamente di libri) in ordine cronologico e intrecciandone le fasi dell’idealizzazione e della realizzazione prima e la scaletta (ovvero la trama) poi alle loro vicende private. Questa scelta stilistica, visto che stiamo parlando del paranoico Philip K. Dick e di romanzi al 90% di science-fiction, non fa che accentuare il senso di straniamento e irrealtà che già ti aspetti da un libro del genere, da una storia del genere, da una vita del genere. Nell’analisi di Carrère, tutto ruota da una parte attorno alla smania di Dick di non essere considerato “solo” un big della fantascienza ma un vero genio mainstream, e dall’altra attorno alla sua forse patologica forse profetica incapacità di aderire completamente al tessuto del reale. Potrebbe essere che Carrère esageri un filino nel descrivere minutamente percorsi psicologici ed umani che può solo immaginare o al massimo ragionevolmente dedurre, ma va detto che così facendo ci consente di intraprendere un viaggio affascinante e spaventoso al tempo stesso che altrimenti non avremmo nemmeno sognato. Se si sa sopportare qualche forzatura e soprattutto se si amano l’arte e il genio di Philip K. Dick, un vero trip.



 

 

 

 
 
 
 

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