Io ti salverò

Io ti salverò

Constance Sedgwick, medico, ventisei anni, osserva con sguardo critico la sua immagine riflessa nello specchio. In qualità di giovane dottoressa che per laurearsi ha lavorato sodo e a lungo, si vanta di avere un dono. L’obiettività. Non le interessa, però, cosa vedrebbe in lui un uomo. Si basta da sé. Si osserva, è solita ripetersi, nel medesimo modo in cui le hanno insegnato a osservare le colture batteriologiche sotto la lente del microscopio: con attenzione e senza alcun tipo di pregiudizio. «La cosa davvero importante» dice «è sapere cosa penserà di te il dottor Edwardes. Non hai affatto l’aspetto di una persona che intende dedicare la sua vita alla medicina, e se ce l’avessi sarebbe un imbroglio. Per ottenere la laurea hai dovuto sostenere l’esame finale due volte. Hai scelto medicina perché volevi essere indipendente e perché è l’unica professione in cui una donna può davvero sperare di brillare. E si vede. La forma del tuo cranio è sbagliata; non hai le sopracciglia alte, neanche di media altezza, ma basse che di più non si potrebbe. Hai un buon mento, ma è soltanto sintomo di un carattere ostinato e, soprattutto, è evidente che non hai i modi giusti per accudire i malati: scoraggeresti subito i tipi allegri e condurresti ben presto alla morte i depressi. È un bene che i tuoi pazienti saranno matti». Naturalmente, è ansiosa di dimostrare tutto il suo valore, e l’opportunità dei sei mesi di prova allo Chateau Landry è l’occasione giusta. Altrettanto naturalmente, sa bene che tutto questo non sarebbe mai accaduto se non fosse stato per suo padre. Lo Château Landry, casa di cura per le deficienze mentali, occupa un posto importante nella storia di quelle patologie. Specialisti nel trattamento di psicosi di ogni genere arrivano da tutta Europa per visitarlo e inchinarsi ai piedi del suo direttore. Non è una casa di cura come le altre. Edwardes sceglie i suoi pazienti con grande attenzione. Tratta solo casi particolari, i matti comuni non possono fare richiesta di ammissione. Chi è internato allo Château Landry deve essere prima di tutto un caso clinico di grande interesse scientifico, e inoltre, poiché si tratta di un istituto di alto livello, bisogna che se lo possa permettere…

Nel 1927, l’anno in cui il romanzo in questione venne pubblicato, le teorie freudiane, così lontane, per dire, dalle speculazioni di Lombroso in auge, erano ancora argomento da pionieri, tematica che destava perplessità, stupore, difficoltà di comprensione (del resto, ancora oggi si è ben lontani dall’aver scoperto tutti i segreti della mente umana, della componente fondamentale e immateriale che è l’anima, capace di ammalarsi e di fare al tempo stesso arditi voli): Alfred Hitchcock lesse questo romanzo e ne rimase con ogni evidenza colpito, turbato, emozionato, affascinato. Ne acquistò i diritti, lo metabolizzò, lo fece suo e lo rese una delle opere più particolari, interessanti e celebri della sua cinematografia, centoundici minuti di pura tensione. Io ti salverò (titolo originale del film Spellbound, “incantato”, quello del romanzo è The House of Dr. Edwardes), con Gregory Peck e Ingrid Bergman, coppia di indubbio glamour che fu protagonista del film che lui stesso definì, in una nota conversazione con Truffaut, melodrammatico e folle. Lo sguardo surreale alla Dalì è certamente una sua epentesi, che devia dalle caratteristiche primigenie del romanzo (il riferimento figurativo più immediato è infatti Il sonno della ragione genera mostri di Goya), pur senza tradirne il mood, ma anzi per certi versi arricchendolo: il testo di Francis Beeding, nom de plume che cela le identità di John Leslie Palmer (1885-1944) e Hilary Aidan St. George Saunders, autori di trentuno romanzi gialli, è misterioso, gotico, travolgente, imbevuto di gusto per il macabro. Ambientato in un posto ben determinato, un maniero dell’Alta Savoia arroccato su un colle impervio, e divenuto clinica psichiatrica per il jet set, dunque un non luogo in cui le ossessioni dei pazienti ingaggiano una lotta serrata con la razionalità propugnata dai dottori, ognuno, come tutti gli umani, con le sue debolezze e fragilità, indagate nell’intimo ma senza traccia di morbosità, è costruito con precisione chirurgica. Sono molti i temi trattati, ma non c’è mai l’impressione di confusione: ogni linea narrativa è solida, le redini sono salde in mano agli autori, che tratteggiano personaggi molto complessi – specie la figura femminile protagonista, la volitiva dottoressa ventiseienne Constance Sedgwick, emblema pure di un’emancipazione ancora molto di là da venire, che lotta per sconfiggere i demoni che tormentano il suo principale assistito – e una storia straniante, disturbante, una scarica di adrenalina che si risolve in un finale particolarmente riuscito.



 

 

 

 
 
 
 

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