Ipazia, scienziata alessandrina

Ipazia, scienziata alessandrina
391 d. C., Alessandria d’Egitto. La giovanissima e bellissima Ipazia, figlia di Teone, filosofa e scienziata dallo spirito indomabile, è molto preoccupata dai cambiamenti politici avvenuti nella sua città: il 24 febbraio il decreto Nemo se hostis polluat dell’Imperatore Teodosio ha pesantemente limitato il culto pagano ed ebraico. La Biblioteca di Alessandria, ricca di manoscritti antichissimi, è situata proprio nel Serapeo, il tempio pagano dedicato a Serapide, ed è quindi doppiamente in pericolo, perché i cristiani boicottano apertamente la cultura classica. Con l’aiuto di Shalim, il giovane figlio di un mercante di papiro, Ipazia decide di cercare di salvare la Biblioteca…
Gli ultimi rantoli dell’Impero Romano portano con loro rabbia, morte, distruzione. La cultura che per secoli aveva dominato il Mediterraneo e l’Europa viene cancellata: in polvere i templi di marmo, nel fango le bianche statue, al collo di principesse barbare i preziosi ori, tra le fiamme i manoscritti di filosofi, poeti e scienziati. La setta dei cristiani si impadronisce man mano del potere, e arriva infine al trono: con Teodosio il cristianesimo diviene religione di stato e, nel 392, i vecchi culti pagani e l’ebraismo vengono proibiti, pena la morte. Non è solo sul piano religioso che si esplica l’offensiva dei nuovi padroni: la ricerca scientifica e la libertà di pensiero vengono boicottate con cupa, ottusa tenacia, fino a far precipitare il mondo occidentale in un buio abisso di ignoranza, violenza, guerra, tortura, malattia e superstizione.Solo mille anni dopo le tenebre inizieranno a rischiararsi, e il processo faticosamente (e non senza caduti) si invertirà. Ma questa nuova alba era molto difficile da immaginare per chi come Ipazia viveva nel crepuscolo che precede il tramonto: donna, scienziata, pagana, neoplatonica, ella aveva tutte le caratteristiche per diventare un bersaglio del potere cristiano, e così fu. Nel 415 d.C., infatti, in un clima sull’orlo della guerra civile, i cristiani di Alessandria, strumenti delle trame reazionarie del vescovo Cirillo e dell’eminenza grigia dell’Impero, il milanese Ambrogio, la catturarono, la torturarono brutalmente, la fecero a pezzi ed infine la bruciarono. Della sua vita si sa poco, e solo di seconda o terza mano: il padre Teone, matematico e astronomo, l’aveva educata e istruita perché voleva farla diventare "un perfetto essere umano", salvandola dal triste destino di ignoranza destinato in quell’epoca alle donne, che spesso non erano considerate nemmeno pienamente umane. Viaggiò ad Atene e a Roma, e ad Alessandria insegnò matematica, filosofia, astronomia e meccanica e la sua casa diventò un centro intellettuale. Certo non stupisce che la figura tragica ed eroica al tempo stesso di questa nostra sorella di un tempo così lontano abbia attratto studiosi e narratori: è il turno di Adriano Petta e Antonino Colavito, che ci consegnano un romanzo storico vibrante, indignato, apertamente schierato contro la Chiesa cattolica e i suoi (indubbi) misfatti. Ipazia, martire della Ragione, è una piccola luce che cerca di opporsi ad un’ombra tetra e malvagia, un’ombra a forma di croce. Da segnalare la struttura del libro: Petta si occupa dei capitoli più squisitamente narrativi, scritti con stile piano ed efficace; Colavito invece di ermetiche, colte introspezioni che fanno da contrappunto allo svolgersi dei fatti. Sogni, filosofia, simbolismo si mescolano in flussi di pensiero utilissimi per donare alla complessa figura della protagonista lo spessore ed il background che dà un senso alle azioni degli altri capitoli. Un romanzo appassionato e a tratti appassionante, insomma, che celebra a dovere una figura spesso misconosciuta e ignorata dai programmi scolastici, alla quale è stato intitolato (con una felice intuizione) un recente progetto internazionale dell’UNESCO teso a favorire piani scientifici al femminile.

 

 

 
 
 
 
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