Ipotesi di una sconfitta

Ipotesi di una sconfitta
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Il papà di Giorgio Falco ha lavorato per tutta la sua vita per l’ATM di Milano. Quel lavoro è stato la realizzazione dei suoi desideri. Trasferitosi dalla campagna in città, l’ATM è divenuta la sua seconda casa. Ama guidare. Dal 1956 è stato alla guida dei bus per una tratta extraurbana a sudovest del capoluogo milanese. Il suo lavoro è guidare alternandosi con un collega (che diventerà il suo migliore amico), controllare che i passeggeri siano muniti del loro biglietto e occuparsi della manutenzione del proprio mezzo. Il papà di Giorgio ha amato con tutte le sue forze l’ATM, la sua società. Quel lavoro ha permesso a lui e a tutta la sua famiglia una sicurezza economica che lo ha reso tranquillo. Per Giorgio tutto è completamente diverso e il mondo del lavoro non ha nulla di quella granitica certezza che ha avuto per suo padre. Non entra nell’ATM. Comincia giovanissimo ad assemblare spillette: da quelle raffiguranti il Papa a quelle con il Che passando per i Duran Duran. Tutto si può rendere una icona. Poi comincia a vendere abbonamenti a giornali locali, scope jugoslave: sempre porta a porta. Ma neppure quello è un lavoro “definitivo”. Passano gli anni, arriva l’esplosione delle aziende telefoniche e Giorgio Falco diventa GFALCO: un login, una username, una password. Un impegno, il call center, ancora una volta inchiodato alla transitorietà, ma allo stesso tempo un osservatorio su ciò che in quegli anni accade al Paese intero. Intanto Giorgio scrive, diventa noto, la sua azienda passa fasi alterne ma lui resta ancora un loro impiegato…

L’esordio letterario di Giorgio Falco nel 2004, Pausa caffè, raccontava il mondo del lavoro all’alba del nuovo millennio. Oltre dieci anni dopo Falco torna a quella che è la sua “ossessione” letteraria: raccontare il mondo del lavoro: come cambia, come si trasforma, come trasforma la materia umana. Questa volta non usa protagonisti fittizi: racconta la sua vita. Parte da suo padre, dalla sua concezione di lavoro: quello stabile, per una vita, quello che fidelizza il dipendente alla società per cui lavora che diventa quasi la sua famiglia. Poi ci parla di lui. Dalle spillette realizzate a diciott’anni al lavoro porta a porta per ditte improbabili, poi il lavoro da allenatore di basket. Tutti “lavoretti”. L’approdo è in un grande call center di Milano. Lui viene totalmente spersonalizzato: è una username e una password di accesso ai sistemi. Giorgio Falco è colui il quale deve ascoltare i problemi dei clienti, creare piani di rateizzo, raccogliere la rabbia degli italiani che diventano sempre più poveri, sempre più aggressivi. La scrittura è la sua salvezza, la sua ancora. Non il lavoro. Il lavoro è lo strumento per potersi permettere un appartamento con la sua compagna e una vita più o meno stabile. La scrittura ti salva. Giorgio scrive in pausa pranzo, nei ritagli di tempo. E quando comincia a pubblicare per una casa editrice come Einaudi in ufficio lo vedono come un “pericolo”, qualcuno fuori dal coro. Falco racconta, nel suo libro, la storia del nostro Paese degli ultimi quindici anni: un paese impoverito, incattivito, in cui il lavoratore è sempre più una monade non connesso a nulla. Non si fa più “rete”, si combatte da soli la propria battaglia. Una battaglia per la sopravvivenza. E sulla pelle dei lavoratori si continuano a giocare partite più grandi, qualcuno si arricchisce dalla loro costante “umiliazione”. Giorgio Falco in “Ipotesi di una sconfitta” riesce a dare voce alla nostra generazione, a tutti noi che quotidianamente lottiamo per difendere la nostra precaria posizione lavorativa.



 

 

 

 
 
 
 

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