Ironweed

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Albany, 1938. Francis Phelan ha accettato un lavoretto al cimitero di Saint Agnes per racimolare qualche soldo. Il lavoro, coprire con la terra le tombe che sprofondano a causa delle piogge, glielo ha procurato l’avvocato Marcus Daugherty, non per buon cuore ma perché lo ha tirato fuori dalla prigione e pretende di essere pagato. Francis ha deciso di portarsi dietro come aiutante Rudy, un altro vagabondo ubriacone come lui. Lo conosce da due settimane e sa che sta morendo di cancro, magari un po’ di spiccioli gli fanno comodo. Il cimitero non è un bel posto, troppe tombe su cui rimuginare, nomi di famiglia e nomi di gente che ha conosciuto. Impossibile passare oltre, non lasciarsi distrarre dai ricordi: il padre Michael falciato da un treno davanti ai suoi occhi, la bisbetica madre Kathryn che causa in lui pensieri poco amorevoli, i cugini, i parenti alla lontana, gli amici del quartiere. Si intrufolano tra un nome e l’altro anche i ricordi legati al baseball, a quella vita lontana che prometteva grandi cose, ma si è consumata senza dare nulla. Tombe ricche e monolitiche si alternano lungo i viali a tombe anonime, fosse comuni, buche senza lapide. A ciascuno il proprio posto. Le sepolture dei Phelan compaiono lungo la strada, “file e file di semplici pietre tombali sotto ancor più semplici croci”. Chissà se a lui toccherà una fossa comune, non gli andrebbe a genio. Non beve da due giorni, è sobrio perché non ha un soldo per acquistare il vino, ma la lucidità non è granché, la mente sgombra non va bene, ci sono tutti quei morti che come ombre strisciano fuori dalla terra e gli rammentano ciò che sono stati. Lo mettono di cattivo umore. E oggi non ha visto Helen al ricovero, chissà dov’è finita la sua donna. Francis e Rudy completano il lavoro, magari potranno farsi dare una ciotola di minestra alla missione del reverendo Chester, se restano per la predica e sopportano il suo sguardo severo. E se non si ubriacano, perché il vecchio predicatore quelli sbronzi li sbatte fuori a calci, a congelare. Pochi passi e Francis si trova davanti a una tomba, alla lapide con quelle parole: “Gerald Michael Phelan, nato il 13 aprile 1916, morto il 26 aprile 1916. Nato il 13, visse 13 giorni. Un bambino sfortunato ma molto amato”. L’emozione lo travolge. Sono passati 22 anni da quando rientrato a casa ha deciso di cambiare il pannolino a suo figlio. 22 anni dall’attimo in cui lo ha preso in braccio e lo ha fatto cadere…

Un istante fatale e la serenità di una famiglia muta in tragedia. Come i corpi “accartocciati” di suo padre e di suo figlio dopo la morte, così si accartoccia l’esistenza di Francis Phelan. Le sue giornate sono fatte di sbronze, fame, freddo, ricordi che si mescolano confusi, attimi di tenerezza verso Helen e scatti di furia, i piedi martoriati dentro scarpe rotte, l’odore fetido che emana il suo corpo. Questa è l’esistenza di quelli come lui, i vagabondi, gli alcolizzati, i buoni a nulla. Niente casa o famiglia, solo le regole della strada e quelle dei ricoveri o si finisce col congelare seduti sul marciapiede, con la faccia e le mani rosicchiate dai cani randagi affamati. Violenza, solitudine, paura, la mente che a causa dell’alcol diventa un guazzabuglio di sensazioni in conflitto. I discorsi che si accavallano, un momento parli del lavoro a ore e quello successivo di more e orsi. Ironweed di William Kennedy inizialmente fu respinto dall’editore per il linguaggio, il realismo crudo e i temi trattati, troppo lontani da ciò a cui il pubblico era abituato. La Viking Press decise di farlo stampare nel 1983, una scelta saggia. Il mondo degli emarginati viene descritto con cura e senza sentimentalismo. È sporco e crudele, nulla di romantico o poetico lo sfiora. È il mondo di coloro a cui la vita d’un tratto è andata in tilt. Alcolizzati, prostitute, ladri, matti, prima erano qualcun altro, erano ragazzini e ragazzine. Francis Phelan ne è consapevole, nessuno nasce in quello stato. In mezzo a corpi in sfacelo e anime tormentate c’è posto ancora per l’amore e la solidarietà, la volontà di proteggere il poco che si possiede. La storia di Francis ha come cornice il mondo americano del primo Novecento. Si parla di scioperi, crumiri, rivolte sedate col sangue dalla polizia, i rastrellamenti dei vagabondi, l’ipocrisia dei religiosi nel gestire i bisognosi, le dinamiche di un mondo sommerso che si cerca di tenere a distanza, quello dei miserabili. Tutto questo ha portato il libro a vincere il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1984. Kennedy era al suo terzo romanzo dedicato ad Albany, città in cui è nato nel 1928. Dall’opera, su sceneggiatura dello stesso autore, nel 1987 è stato tratto un film con due attori monumentali come interpreti: Jack Nicholson e Meryl Streep. Candidature e premi a go-go per entrambi e per il regista Héctor Babenco.



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