Isabel

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“Io lo amavo, più di qualunque cosa, persino più della realtà, della felicità, della concretezza o dei principi morali. Non riuscivo proprio a tollerare l’idea che al mattino non ci sarebbe stato lui a svegliarmi. Io dipendevo da lui, se preferite vederla così. E così è sempre stato: dipendevo da lui. Nel bene e nel male”. È la voce di Isabel, sedicenne londinese dai capelli ramati, a parlare. In realtà è la sua penna che sfrega sulla carta per raccontare la sua vita di falena notturna, capace di toccare con la punta di un dito la realtà solo ed unicamente accanto al fratello Rocco. Totalmente impregnati dell’aria stantia e nebbiosa di Camden Town e dei suoi muri grigi che si sgretolano sotto lo sguardo di occhi appesantiti, vivono una situazione familiare destabilizzante. Padre e madre vagano in un mondo parallelo, totalmente inconsci delle loro responsabilità genitoriali, assorbiti dalle loro stesse urla e da membra che si avvinghiano nella disperazione che scaturisce dalla consapevolezza che una malattia mortale sta sfaldando il corpo di uno dei due. Isabel e Rocco vengono quindi abbandonati a loro stessi, nella loro casa mansardata di Londra, con una marea di debiti sulle spalle e senza un soldo perché loro padre si deve curare, e lo deve fare lontano da casa. Ed in un istante si trovano ad essere l’uno la salvezza e la distruzione dell’altro. Incapaci di mantenere il benché minimo ordine interiore ed esteriore amplificano ai massimi livelli un rapporto esclusivo e di dipendenza che li ha sempre caratterizzati, sin dall’infanzia. Abituati a vivere ogni singolo respiro in simbiosi, sono la perfetta ed inquietante incarnazione di un legame di sangue che va oltre la normalità e raggiunge stati ossessivo morbosi di assuefazione reciproca assoluta e devastante. Anime alla deriva incapaci di percepirsi singolarmente ma esistenti solo perché uniti, come due tessere di un mosaico che sarebbe altrimenti incompleto, come due parti di un unico cuore il cui rischio di collasso dipende da quanto pompano all’unisono. Ed è l’amore malato che li vincola a trasformare le loro vite in tragedia. Una tragedia che si consuma tra le mura di casa, nel caos più totale a rispecchiare fedelmente l’entropia delle loro menti tanto che l’unica possibilità finale resta la fuga, incosciente e assurda eppure obbligata...
La scrittura di Anna Stothard, giovanissima esordiente di grande talento, è impressionante, nel senso che sconvolge. Fortemente metaforica, poetica e ricchissima di immagini che somigliano a quadri dai colori scurissimi, tesse la trama e l’ordito di un romanzo psicologico a tinte noir che si insinua sotto la pelle e trasforma il sangue in un flusso di adrenalina pura diluita a globuli di sentimenti ambigui, fino alla fine ed anche oltre. Anime nere che non trovano il loro posto nel mondo, pensieri che si fanno liquidi ed impalpabili, una palla di neve che gocciola sangue e decine di falene infilzate sulla cornice di un inutile quadro. È la storia di un amore che assume le sembianze di un fantasma che non conosce pace, che brancola e si contorce, un misto di sensuale erotismo incestuoso e follia adolescenziale senza ratio apparente.

Leggi l'intervista a Anna Stothard

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