Isolina

Isolina
Verona, 16 gennaio 1900. Sul greto dell’Adige, le cui acque torbide ed irruente sono state da poco rincanalate in nuovi e robusti argini dopo che l’alluvione del 1882 ha distrutto mezza città, un gruppo di donne imbacuccate se ne stanno chine a lavare le lenzuola e a chiacchierare allegramente. Proprio lì, nei pressi del Ponte Garibaldi (dove ancora oggi si possono scorgere le tracce delle scalette da cui scendevano le lavandaie al fiume) in quella mattinata fredda e brumosa un sacco chiuso con dello spago affiora sulla superficie. Due lavandaie – convinte di essere incappate in un caso di contrabbando ‒ lo portano a riva con l’aiuto di un ragazzo che pesca lì vicino. Grande stupore quando quelle mani curiose tirano fuori dal sacco “sei pezzi di carne umana... la parte destra del torace con l’intera mammella avvolta in un pezzo di tela scarlatta. La parte sinistra del torace con la mammella avvolta nello stesso tipo di stoffa. La parte inferiore del ventre avvolta in una stoffa verde con filettatura uguale. Parte delle ossa del bacino scarnificate e avvolte nella stessa stoffa verde. Una parte della gamba sinistra avvolta in un tovagliolo. Il femore scarnificato avvolto in una mutanda da donna con merletto in fondo”. Per il peso di kg 13,400, come scrive il giorno dopo “L'Adige”...

Il corpo fatto a pezzi e restituito dalle acque dell’Adige è quello di Isolina Canuti, una ragazza di appena diciannove anni morta sul tavolo di un’osteria mentre alcuni uomini tentano di farla abortire usando una forchetta. Sua unica colpa l’aver gridato per il dolore: è rimasta soffocata da un tovagliolo che avrebbe dovuto coprire urla e lamenti che per nessuna ragione avrebbero dovuto raggiungere le orecchie indiscrete dei vicini o di qualche passante. Fondendo abilmente ricostruzione storica e finzione narrativa, Dacia Maraini insegue a ritroso le tracce di Isolina attraverso accurate ricerche che la portano a scontrarsi anche dopo anni con tante porte chiuse in faccia, dalla scuola al circolo ufficiali della città, ma anche ad incontrare l’unico discendente della famiglia Canuti disposto a parlare di Isolina. Il lungo racconto che ne scaturisce – nel quale la Maraini espone i fatti così come risultano dai documenti, con una prosa secca, lasciando trarre le conclusioni al lettore, sconvolto e indignato ‒ presenta delle dinamiche tristemente attuali. Il tenente degli Alpini Carlo Trivulzio, ricco e di nobile famiglia, “giovane leale, coraggioso e sincero”, del quale Isolina rimane incinta, viene sin da subito ritenuto “incapace di una simile orrenda azione”; della povera ragazza, “allegra e di facili costumi”, invece, quasi nessuno prende le difese ed anzi l’unica amica – peraltro presente la sera dell’aborto – muore avvelenata in circostanze sospette. L’inchiesta inevitabilmente seguita al ritrovamento del cadavere procede tra insabbiamenti, dimissioni, testimoni intimiditi, ritrattazioni e prove improvvisamente sparite. E la beffa finale sta nel fatto che, nonostante anni di indagini, la triste storia di Isolina finisca in tribunale solo perché il tenente Trivulzio querela il deputato socialista Mauro Todeschini (direttore responsabile del quotidiano “Verona del Popolo”) che per anni ha incalzato il Trivulzio con articoli provocatori e sfruttando la vicenda della ragazza veronese per le proprie campagne antimilitariste. E la sentenza, che la Maraini pubblica per esteso, è lo scempio finale: una ragazza che si concede prima del matrimonio, fatta passare per “leggera”, una che in fin dei conti se l’è voluta. Una ragazza di quasi vent’anni uccisa da un branco di coetanei difesi dalle istituzioni e dall’opinione pubblica. Una donna di cui non è rimasto nulla. “[...] Il silenzio l’ha presto avvolta anche fra i suoi: una donna deve morire con decoro e al momento giusto perché se ne parli ai bambini. Non ne è stato conservato il diario, resta della sua scrittura soltanto un foglietto con una nota della spesa. Non ne è rimasta un’immagine, un dagherrotipo. Isolina sfonda il muro della non visibilità come fagotto sanguinoso, pezzi del suo giovane corpo chiusi nelle vesti e in tela di sacco”. Niente di più tristemente attuale.

 

 

 

 
 
 
 

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