Istanbul

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Un bambino grazioso dai grandi occhi e dallo sguardo curioso, con uno strano berretto in testa fissa Orhan dallo specchio: fa le stesse smorfie, gli stessi movimenti. Ed è per questo che forse l’autore fin da bambino e per tanti anni ha creduto con convinzione che esistesse un altro Orhan, una specie di gemello che viveva in un’altra casa ad Istanbul. Un’idea che con il passare degli anni si è trasformata in “una fantasia e la fantasia in una scena da sogno”; sogni che potevano essere incubi, ma che regalavano ad Orhan anche un’infinita felicità perché gli permettevano di immaginarsi nei panni dell’altro bambino e fantasticare di trasferirsi in una nuova casa con un’altra famiglia, il tutto senza bisogno di spostarsi dalla propria cameretta. È in questi anni che si forma e consolida nell’autore il legame viscerale, quasi morboso, con la propria città: le strade, le case, i quartieri, Palazzo Pamuk – nel quale ha vissuto per lungo tempo ed è tornato ad abitare anche da adulto – il luogo in cui la madre lo ha preso in braccio per fargli “vedere per la prima volta il mondo” e dove vennero anche scattate le sue prime fotografie. La città nella quale poco dopo la mezzanotte del 7 giugno 1952, mentre in Italia lo Stromboli eruttava fuoco e ceneri e mentre i turchi combattevano in Corea del Nord, Orhan Pamuk venne alla luce in una piccola clinica privata di Moda...

Un lungo racconto autobiografico, quello di Pamuk, che inizia con il giorno della sua nascita e termina nel 1972 con la decisione di abbandonare gli studi alla facoltà di architettura e di intraprendere il mestiere di scrittore, nonostante il parere fortemente contrario della madre. Nei venti anni fra questi due avvenimenti troviamo un po’ di tutto: i ricordi legati a Palazzo Pamuk, la casa-museo buia della sua famiglia, con le credenze chiuse a chiave e sempre piene di porcellane cinesi, servizi d’argento e bicchieri di cristallo; con le librerie dalle ante di vetro, rigorosamente chiuse in cui erano custoditi i preziosi volumi di medicina appartenuti allo zio emigrato in America; ma soprattutto con i pianoforti, uno o due per piano e mai suonati, che ad Orhan infondevano profonda tristezza ed angoscia. Ci sono le splendide descrizioni delle giornate trascorse al Bosforo, i racconti di una famiglia non proprio felice: una madre bella e sempre in contrasto con un marito che la tradisce e che intraprende un’attività dietro l’altra finendo sempre per fallire; ci sono i numerosi riferimenti letterari di un adolescente cresciuto leggendo Mann, Tolstoj, Faukner, ma anche autori locali come il poeta Yahyah Kemal e lo scrittore Ahmet Hamdi Tanpinar. E c’è anche l’infinita tristezza di un mondo scomparso, il senso di fallimento dell’impero ottomano crollato, la desolazione e la tristezza generate dalle rovine che occupano la città. Una città rimasta ancora in bilico tra la cultura tradizionale e quella occidentale, in cui lo sforzo di occidentalizzazione è servito perlopiù a dimenticare il passato: “ha causato l’incendio e il crollo delle case signorili, la semplificazione e la vaghezza della cultura e la sistemazione degli interni degli alloggi come musei di una tradizione che non ci è mai appartenuta”. E Pamuk scrive: “Cercando di raccontare me stesso racconto Istanbul e raccontando Istanbul racconto me stesso”. L’infinita tristezza e l’angoscia che l’autore si porta dietro sin da ragazzino ‒ nei suoi ricordi di un mondo semibuio, fatto di case-museo e di viali ed alberi dai toni cupi ‒ si fondono alla malinconia di una Istanbul in decadenza, quasi una fotografia in bianco e nero come quelle che, numerose, arricchiscono il volume.



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