Italia

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Si addormenta solo verso le quattro del mattino, dopo essersi trascinato dalla scrivania al letto, su cui si è buttato bocconi una volta tolta la maglietta verde. Sogni? Niente di che. Alle cinque e mezza circa si ridesta. Un salto in bagno e poi avanti e indietro nel monolocale. La tv è accesa. Senza audio. Il dvd continua a girare. Il secondo aereo entra nella torre. Pare tutto un gioco. Anche lui vuole giocare. Incarnarsi. Ne sente, sempre più pressante, la necessità, quasi fisica. Non vuole più essere escluso. Non vuole più essere fuori. Dalla storia, soprattutto. È libero. Da sempre confuso. Una preda facile. Senza famiglia. Senza il lavoro di piastrellista. Senza più ideologia. Senza amore per gli altri. E senza quello non ci può essere ideologia. Senza sesso. Microfallico. Un problema di meno. Gli piace l’arte. Bruegel il vecchio. E non solo. L’arte è la puttana della civiltà. Va con tutti, è di bocca buona, dice. Il secondo aereo invece non è arte. E non può nemmeno dire che gli piaccia. È che non riesce proprio a toglierselo dalla testa. Non riesce a smettere di pensarci. Perché tutto questo proprio a lui? Ah, saperlo. Se ne sta seduto sul bordo del letto, e ha persino smesso da sei mesi di fumare. Non perché gli interessasse farlo, semplicemente è capitato… Fondata sul lavoro. Sì, proprio. E se il lavoro non c’è, come diventa? Infondata sul lavoro. Sprofondata sul lavoro. Sfondata sul lavoro. Affondata sul lavoro. Affondata è la migliore, l’Italia è una repubblica affondata sul lavoro. Che caldo oggi, asfissiante. In questi cavolo di autobus con i finestrini chiusi e senza aria condizionata. Irene è vestita troppo pesante, pensa che le servirebbe una canottiera, magari fucsia. Potrebbe scendere alla stazione e dare un’occhiata ai negozi, giusto così, tanto per guardare, anche perché non ha soldi, solo quelli per Alessio, suo figlio. Undici euro per la spesa, cinque per un giocattolo, venticinque per le medicine, quattro per il treno. Magari però al supermercato può lasciare il curriculum…

Tutto è liquido, precario, frammentato, difficile a comprendersi come certi dialetti. Ogni cosa è in bilico, a pezzi, non esiste più nessuna certezza. Nel lavoro, nei sentimenti, negli ideali… Nulla. La realtà è metallo squagliato, senza forma, senza forza. Il cinquantatreenne Fabio Massimo Franceschelli esordisce nella narrativa – finora si è sempre occupato di saggistica, storia delle religioni e teatro, anche come regista e direttore di rassegne – con un romanzo molto complesso e articolato, giunto in finale al Premio Calvino, scritto in maniera raffinata e inventiva, in cui si intersecano tanti piani e livelli, ricco di simboli e allegorie mai banali e allo stesso tempo di grande chiarezza: perché il mondo è quello che è, sono tanti i punti di vista, e raccontarlo è un dovere. Lui sceglie di farlo mescolando ironia e squallore, rinchiudendo nell’unità – teatrale, appunto – di un luogo ben delimitato, un gigantesco supermercato, La Cattedrale, guidato da un direttore inginocchiato alla mafia del luogo, una città marittima e meridionale, un carnevale di personaggi diversissimi fra loro, ma tutti reietti, tutti esclusi, tutti ben caratterizzati, grotteschi, tristi ma credibili, oltre che presi a calci dalla vita e da una sorte carogna. Sono tanti, ma tutti restano impressi. Perché ognuno di loro è una delle anime del nostro Paese sbandato dove le lettere di licenziamento e cassa integrazione sono all’ordine del giorno, ognuno di loro è parte dell’Italia. E Italia è anche una vecchietta che, fuori dalla realtà, c’è proprio per questo assolutamente dentro. E così, tra un prof noioso e scrittore fallito, una ventinovenne stanca di essere trattata come carne da macello che però pensa più a infilarsi sotto la tonaca del prete che al suo comunque amatissimo pargoletto, un tagliatore di teste cretino, un ex artificiere ossessionato dall’11 settembre, un sindacalista, guarda un po’, incapace e tanti altri ancora va in scena una commedia umana dolorosa, sconvolgente, coinvolgente, attuale.

 

 

 
 
 
 

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