Italia odia

Italia odia
Negli ultimi anni alcuni dei cosiddetti film 'poliziotteschi' prodotti nel nostro paese negli anni '70 in quantità industriale e a quei tempi ritenuti (spesso ingiustamente) reazionari, sono stati ampiamente rivalutati da gran parte della critica. Inoltre, grazie all'ammirazione mostrata da Quentin Tarantino per questo genere cinematografico nostrano, molte di queste pellicole sono diventate oggetto di venerazione da parte dei più giovani, ovvero di quei ragazzi che negli anni settanta non erano neppure nati. Il lato positivo di tutto ciò ha portato, ad esempio, alla riscoperta di un autore e regista come Fernando Di Leo: un personaggio fondamentale che, con la sua trilogia del Milieu (composta da “Milano calibro 9”, “La mala ordina” e “Il boss”), ha firmato alcuni dei più bei noir che siano mai stati prodotti in Italia. Tuttavia questa 'mania' ha prodotto anche un risvolto negativo, ovvero quello di portare la gente ad identificare il cinema poliziesco italiano esclusivamente con quello degli anni '70, facendo cadere nel dimenticatoio i precursori di questo genere...
A porre rimedio a questa lacuna ci ha pensato il critico Roberto Curti (redattore della rivista “Nocturno” e collaboratore del celebre dizionario “Mereghetti”) con il suo Italia odia. Stavolta non ci troviamo di fronte ad uno dei molti (e, francamente, a volte inutili) dizionari che sempre più spesso invadono gli scaffali delle librerie, bensì ad un vero e proprio saggio di oltre 400 pagine che traccia la storia del cinema poliziesco prodotto in Italia ricostruendone la vicenda dal fascismo fino ai nostri giorni. Nonostante il fatto che "nel Ventennio", come dice l'autore, "l'unico nero consentito è quello delle camicie", il saggio comincia illustrando, sempre con dovizia di informazioni, i primi tentativi di noir autoctono da parte di registi come Guido Brignone e Nunzio Malasomma, passando poi a capisaldi del dopoguerra come Pietro Germi e Carlo Lizzani, ai polizieschi di impegno civile interpretati da Gian Maria Volonté , al 'poliziottesco' di Maurizio Merli e Tomas Milian (e le sue propaggini che flirtano con la sceneggiata napoletana) fino ad arrivare al declino degli anni '80 e al grande successo degli ultimi anni di “Romanzo criminale” di Michele Placido. In definitiva si tratta di un acquisto indispensabile per tutti gli appassionati del genere e di cinema in generale. L'unico appunto che ci sentiamo di fare riguarda il posizionamento delle note: data la loro importanza se fossero state posizionate a piè di pagina invece che alla fine di ogni capitolo la lettura del libro sarebbe probabilmente risultata più scorrevole.

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