Jackie

Jackie

Jacqueline Lee Bouvier nasce nel 1929 a Southampton da John “Jack” Vernou Bouvier III e Janet Norton Lee, che ben presto si risposa con Hugh Dudley Auchincloss, assicurando ai figli un tenore di vita migliore a Merrywood in Virginia. Per Jackie sono gli anni dell’istruzione, della passione per l’equitazione e del suo primo viaggio in Francia. L’Europa, un luogo che negli anni diverrà un porto sicuro per Jackie, lontano dalla madre - con cui vivrà sempre un rapporto difficile prima e dagli ambienti politici poi, quando sarà necessario prenderne le distanze. Nel 1951 consegue una laurea in Belle Arti con specializzazione in Letteratura Francese alla George Washington University e, grazie al patrigno Hughdie, ottiene un lavoro come fotografa investigativa presso il “Washington Times-Herald”. Un passo indietro: un giorno di fine autunno del 1948, il treno su cui Jackie viaggia con una sua amica fa una sosta a Philadelphia, lì montano due ragazzi con le tasche piene di bandierine americane. Iniziano presto a chiacchierare e le due ragazze si fingono turiste francesi. Uno dei due fissa Jackie per tutto il tempo, insistentemente. È in politica, anzi, è un deputato del Partito Democratico, il suo nome è John Fiztgerald Kennedy…

Dopo la biografia romanzata di Mary Shelley uscita un paio di anni fa per XL edizioni, Adriano Angelini Sut si cimenta in una prova d’autore ben più ardua: un’autobiografia raccontata dalla stessa Jacqueline Kennedy Onassis, durante i suoi ultimi giorni di vita, al fratellastro Hugh Dudley “Yusha” Auchincloss III, figlio della madre Janet e del suo secondo marito Hugh D. Auchincloss. La figura che ne emerge è quella di una Jackie completamente tridimensionale, mai mera spalla di un marito Presidente degli Stati Uniti d’America, ma sempre in una posizione autonoma, cosciente, determinata e ben consapevole di quale ruolo avesse e dovesse ricoprire come First Lady. Angelini - con un lavoro di documentazione lunghissimo che spazia dai grandi fatti storici agli aneddoti più personali - ripercorre e reinterpreta, quindi, la storia americana della presidenza Kennedy, ed oltre, da un punto di vista privilegiato. Un operazione non facile, forse, quella di conciliare l’autore narratore ed il biografo puro, eppure uno dei meriti maggiori di questo libro sembra proprio il non limitarsi a raccontare, ma il riuscire a ri-vivere, in un certo senso, la narrazione stessa attraverso la persona di Jackie. Un esperimento calibrato che non si sbilancia quando si parla del presunto flirt tra Jackie e Bobby Kennedy, fratello di Jack, e che, invece, sa indagare con intelligenza là dove la storia non ha mai fatto chiarezza sull’omicidio di JFK e su chi fossero i veri mandanti.



 

 

 

 
 
 
 

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