Jacopetti files

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Con la macchina da presa sulla spalla il regista Paolo Cavara (aiuto di Jacopetti in Mondo cane e La donna nel mondo, analisi in ogni modo irriverente, ma meno aspra e feroce di quella che l’ha preceduta, sulla condizione femminile nel globo terracqueo, al di là di ogni tabù e convenzione, spesso ipocrita) va in giro per tutta l’Europa con lo stesso cinismo, la medesima sardonicità e negli occhi un identico tasso di generale disperazione per ciò che lo circonda rispetto al suo mentore, ma al tempo stesso portando con sé una dose minore di disincanto e con ogni probabilità anche di passione, non a caccia di generiche “sensazioni”, bensì con un proposito preciso: catturare i “malamondo”, ossia gli emblemi di una gioventù smarrita – per colpa primariamente della tragedia della guerra, s’intende – nella società di oggi, dai “bruciati” senza rimedio ai “bruciaticci”, per lo più bambocci recuperabili a suon di robusti scapaccioni. Ovviamente l’indagine si diffonde sui paesi nordici, dove – l’immagine che si ha è quella – il sangue è più freddo e l’aberrazione più acuta: ma non mancano esempi anche nostrani di mattane giovanili, come Adriano Celentano e i suoi “ribelli”, l’uccisione di una porchetta in Versilia e uno spogliarello aziendale molto alla buona su una spiaggia dell’Adriatico…

Il sottogenere del mondo movie, che deriva dal documentario e dal cosiddetto film di sfruttamento (exploitation), che mette in scena esplicitamente sesso e violenza, nasce di fatto con Mondo cane di Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi: è il 1962, e la pellicola è pure in concorso a Cannes, dov’è apprezzata, così come anche altrove a livello internazionale. È un collage di usanze impressionanti, insolite e assurde dei popoli del mondo, tra tribù, flagellazioni rituali, alcolismo, uccisioni e maltrattamenti di animali e finanche l’immagine di Rossano Brazzi denudato dalle fan scatenate. Jacopetti, giornalista, regista, documentarista, fascista da ragazzo e poi partigiano, autore irriverente e abile, ironico, scaltro, scomodo e fuori dagli schemi, con un gran gusto per épater le bourgeois toujours, deus ex machina di Africa addio, resoconto sulla decolonizzazione che gli costò l’accusa di razzismo (giusto che ci sia l’indipendenza, ma la non dimestichezza con la forma-stato porterà nel continente alla prevaricazione e alla legge del più forte: questa la sua tesi), è al centro dell’esegesi accurata, dettagliata, ampia (il discorso si allarga dal cinema di Jacopetti, amato da tanti, detestato da molti, alla rappresentazione di un’intera temperie fatta di retaggi, rimandi, riferimenti ed epigoni), approfondita, leggibilissima di Fabrizio Fogliato, critico e saggista, e di Fabio Francione, che cura sovente anche festival e retrospettive.



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