Jakob von Gunten

Jakob von Gunten
Jakob von Gunten frequenta una scuola per camerieri, l’Istituto Benjamenta, e coltiva il sogno di diventare un giorno un buon servitore. Proveniente da una famiglia benestante, Jakob è convinto di trovare all’interno della scuola la disciplina, il rigore e le basi pratiche necessarie per svolgere il suo futuro lavoro alla perfezione. Al contrario, però, si imbatte in un metodo di insegnamento “paradossale” nel quale gli allievi, invece che essere istruiti, sono abbandonati a loro stessi e alla loro indolenza. Jakob divide la stanza con il ridanciano Schilinsky, l’ottuso Heinrich, il malinconico e fantasioso Scatch: compagni di viaggio per i quali il giovane dispensa parole di ammirazione e compassione. Ma è in particolare l’amicizia di Kraus, uno studente diligente e zelante, che aiuta Jakob a trascorrere le monotone giornate nell’Istituto dove gli insegnanti sono muti e dove l’unica lezione verte sempre sullo stesso argomento “Come deve comportarsi un ragazzo?”. La sola docente “attiva” della tetra scuola è Lisa, la sorella del severo direttore dell’istituto, Herr Benjamenta, una donna angelica e triste che Jakob scruta da lontano e per la quale il ragazzo nutre un sentimento di timida venerazione. Jakob “prigioniero” volontario tra le mura della scuola – fatta di aule spoglie e buie, stanze vuote e appartamenti segreti - con il passare del tempo prende coscienza che in realtà l’istituto è solo un imbroglio. Il macchinoso apparato scolastico è destinato a estinguersi per consunzione, proprio come succederà alla diafana Lisa la cui morte segna la fine dell’Istituto che viene abbandonato via via dai suoi allievi, dal direttore e infine anche da Jakob...
Robert Walser in Jakob von Gunten (scritto e pubblicato a Berlino nel 1908) rovescia con abilità e ironia i valori borghesi dell’arrivismo e li annienta in sordina teorizzando “l’arte del servilismo” e della subordinazione: il momento più alto della individuazione di un soggetto - e qui è determinante la morale protestante di marca calvinista nella quale l’autore crebbe – non riguarda la capacità del singolo di produrre successo e denaro bensì la sua volontà di percorrere all’indietro la scala sociale fino al “ground zero” dell’esistenza, fino alla morte civile (“Nella mia vita futura sarò un magnifico zero”). Porsi al servizio di qualcuno agli occhi di Walser non è una semplice ed umile mansione, significa ben altro: lo scrittore considera “il servire” come acme sublime della mediocrità (“La soddisfazione di chi lo assumerà sarà per lui il paradiso” scrive Jakob nel suo curriculum). Mettersi a completa disposizione di un padrone vuol dire, quindi, azzerarsi, defilarsi dalla vita stessa: un vero sollievo per chi come Jakob ha scelto di occupare in sordina la sua nicchia nel mondo. Anche in questo romanzo, che ha come sottotitolo Un diario, la biografia si lega a filo doppio con la finzione letteraria e molte sono le analogie tra il protagonista e il suo autore: la donna vagheggiata si chiama Lisa proprio come l’amata sorella che divenne istitutrice, Jakob desidera trasformarsi in un bravo servitore proprio come Walser che frequentò a Berlino un istituto dove si insegnava a servire e lavorò come maggiordomo in un castello della Slesia, l’allievo von Gunten nel tempo libero si concede lunghe passeggiate in città le stesse che Robert affrontò con cadenza quasi giornaliera in tutta la sua vita. L’Istituto che “non insegna nulla” si trasforma allora nel teatro ideale dove Jakob-Robert può far risuonare il suo pensiero disorganizzato e divagante, un palcoscenico onirico dove i comprimari, gli eterogenei allievi della scuola, non sono altro che una emanazione dell’autore-protagonista. Le atmosfere claustrofobiche e quel misto di attesa, disagio e precarietà che si respira nel romanzo di Walser, poi, sono le ascendenti dirette degli scenari desolanti e tragici che verrano proposti anni dopo da Franz Kafka e non è un caso che Jakob von Gunten fosse uno dei libri preferiti dell’autore praghese. Come l’inarrivabile fortezza che domina la scena ne Il Castello di Kafka (datato 1926) l’Istituto Benjamenta è un “non-luogo” che umilia ed esalta chiunque ne venga in contatto (“Parola mia qualche volta succede che tutta la mia vita qui dentro mi appaia come un sogno incomprensibile” afferma Jakob parlando della sua scuola). Robert Walser per l’ennesima volta, con sublime e sottile perfidia, spiazza il suo lettore: Jakob von Gunten è un altro puzzle incompleto, un rompicapo dove chi dichiara assoluta subordinazione diventa, invece, padrone della scena, un labirintico paradosso letterario che ribalta i ruoli e trasforma “il topo in leone”. Nel saggio di Roberto Calasso dal titolo “Il sonno del calligrafo” in appendice al romanzo, si legge a proposito dell’analogia Jakob-Robert che il primo come il secondo “rivolge il suo sguardo soprattutto agli avvenimenti minuscoli, alla vita sparpagliata, a tutto ciò che è trascurabile”. Robert Walser seppe osservare, forse come nessun altro, le “inezie” dell’esistenza e per questa sua magica capacità di rivolgersi con apparente soggezione all’infinitamente insignificante vale la pena di essere (ri)letto e (ri)scoperto. “Io come singolo individuo sono uno zero”, potenza di un numero che in matematica è un indispensabile nulla.

 

 

 

 
 
 
 
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