Jane e lo spirito del Male

Jane e lo spirito del Male
All’ippodromo di Canterbury, gremito d’aristocrazia cittadina in occasione della gara culminante del Torneo Ippico d’agosto, la corsa dei cavalli è solo una delle attrazioni che si possono ammirare. A farle da cornice, anche in quell’agosto del 1805, un tripudio di carrozze e di valletti in livrea, di cestini da merenda traboccanti di leccornie, di ventagli d’avorio tremolanti, di parasole in mussolina, di nastri e preziosi copricapo, di giovani gentildonne accaldate dal sole e dall’ebbrezza della folla, di giovanotti eccitati dalla birra, dalle scommesse e dall’ammiccare delle dame. E Jane (non una Jane a caso, ma Austen Jane, o, per meglio dire, Jane Austen) assiste divertita e attenta a quell’evento mondano, tanto lontano dalla sobrietà della sua vita a Bath. Ospite, insieme alla sorella Cassandra, della vasta e lussuosa dimora del fratello Edward e dell’amabilissima moglie Elizabeth, la splendida tenuta di Godmersham, dove nessuna spesa è eccessiva, nessuna comodità di troppo, dove poter trascorrere interi pomeriggi a leggere buoni libri nella semi-oscurità della biblioteca e in generale essere “al di sopra delle volgari economie che spettavano di solito a chi era nella mia condizione”. Ad attirare la sua attenzione, e non solo la sua , quella mattina all’ippodromo, è in particolare una giovane donna dai capelli neri e agghindata in un abito scarlatto molto seducente ed elegante, seduta con audacia a cassetta della sua vettura: è Mrs Francoise Grey, la giovane moglie francese del banchiere. Incurante della sua reputazione e dello scalpore destato dai suoi atteggiamenti, la donna dapprima flirta con diversi giovani, poi, con l’approssimarsi della gara, come di costume per gli uomini dell’epoca, monta su un cavallo per seguire al galoppo la gara della sua puledra. Ma è proprio al termine della gara, quando la folla ormai inizia a diradarsi che l’attenzione verrà ulteriormente e definitivamente rivolta alla sua figura: il corpo senza vita della giovane dama scarlatta viene rinvenuto nella vettura di Collingforth, la portiera spalancata, le braccia protese come in gesto di supplica. Strangolata...
Arrivata al nono episodio negli Usa, le serie di gialli in costume, che vede niente di meno che Jane Austen a seguire le indagini e a risolvere i vari casi di omicidio in cui le capita di essere coinvolta, con questo quarto volume inizia anche in Italia a ritagliarsi una sua fetta di lettori. L’autrice, Stephanie Barron, laurea in Storia dell’Europa a Princeton e Stanford, quattro anni nella CIA come Intelligence Analyst per l’unità Antiterrorismo, parte dalle reali vicende autobiografiche della scrittrice, spesso segnalate o precisate in nota, per costruire intorno ad esse dei gialli che probabilmente, senza la forza e l’eccezionalità della protagonista, poco avrebbero di intrigante e coinvolgente. Immaginato come un diario in cui Jane annota in prima persona le vicende e le indagini (anche se della forma narrativa del diario resta pressoché solo la data riportata a inizio di ogni capitolo), il romanzo ha il pregio di ricreare abbastanza fedelmente l’ambientazione dell’epoca georgiana e Regency e, in maniera conforme, di voler riprendere lo stile narrativo della Austen (l’ironia che traspare dai suoi romanzi resta però inevitabilmente lontana). Lascia comunque perplessi l’idea di base del romanzo e della collana, e il rischio che questo ibrido non finisca per soddisfare né gli amanti del giallo, né gli amanti dei romanzi “in costume”, né, ovviamente i puristi letterati. Certo la Barron ha saputo cavalcare il revival di Jane Austen iniziato qualche anno fa, ma forse già destinato a spegnersi. E della cui fine, e del ritorno a un po’ di tranquillità, forse Jane Austen non si dispiacerà.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER