Jim entra nel campo di basket

Jim è un dodicenne di New York, ha un talento per la pallacanestro e, con i documenti falsificati a causa della giovane età, inizia subito a  giocare per  importanti squadre del liceo. Ma non è certo uno sportivo modello: insieme ai suoi amici si diverte a combinare guai, beve, si ubriaca, ruba, sniffa colla e prodotti chimici per sballarsi. Inizia poi a fumare marijuana e, dopo poco tempo, passa all'eroina. La dipendenza lo porta poi a prostituirsi, a lasciare la scuola per poi finire in prigione e tornare in libertà, senza essere mai abbandonato dalla dipendenza e dal desiderio di drogarsi. Fino a passare addirittura cinque giorni senza mai ridestarsi completamente dall'effetto dell'oppiaceo, in quella che egli stesso definisce una “morte temporanea”. La stessa dipendenza gli impedirà di dedicarsi completamente e seriamente al basket, pur essendo quest'ultimo l'unica e vera fonte di gioia e soddisfazione per il ragazzo...
Un romanzo crudo e secco, quello di Jim Carroll, manifesto di una intera generazione maledetta di americani. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1978, suscitando subito scandalo e clamore  non solo per i  temi trattati e la sfrontatezza del linguaggio utilizzato  ma per il talento del giovane autore, amato e apprezzato da moltissimi scrittori e artisti (da Jack Kerouac a Patti Smith e Lou Reed). È interessante rileggerlo ora nella traduzione di Tiziana Lo Porto, per capire la differenza tra un autore maledetto ma talentuoso e la smisurata mole contemporanea di libri “maledetti” scritti da autori ben poco talentuosi che puntano – con buona pace delle case editrici –  solo ed esclusivamente alla trattazione di temi “scabrosi” (ma davvero lo sono ancora??) come la droga e il sesso. Quella di Carroll è invece una lingua letteraria che dietro alla sua diretta semplicità cela una sofisticazione e una ricerca stilistica notevoli. Si tratta dei diari di un adolescente, nei quali, grazie all'apparente spontaneità della scrittura, è possibile leggere tutti i malesseri della stagione più difficile e insieme più affascinante della vita umana. Anche se non si è fatta l'esperienza della droga e della prostituzione, ci si identifica spesso, ci si immedesima nelle paure, nei tormenti, nelle speranze e nella fascinazione per il grande mistero della vita che sembra aprirsi di lì a poco davanti ad occhi ingenui e avidi di conoscenza. È la storia di una formazione che, in quanto tale, si fa anche universale e condivisibile da molti, poiché sia il basket sia la droga possono essere letti come simboli di quelle forze e pulsioni che, nella loro continua ambivalenza, abitano le coscienze dei ragazzi, specie di quelli più sensibili. Ma oltre a questo, il romanzo è anche uno splendido (nella sua decadenza e vertigine) affresco della fervida  e underground New York degli settanta-ottanta. Una città che pullula di arte, musica e sottoculture ma nella quale anche lo spettro misterioso della guerra fredda è sempre in agguato, come leggiamo in un bellissimo brano, esemplificativo anche dello stile di Carroll: “Crescendo, qui a Manhattan, soprattutto quand'ero un po' più piccolo, hai sempre l'idea di vivere dentro un gigantesco bersaglio da tiro a segno, a uso e consumo del russo cattivo che è lì a tirare freccette atomiche. Oggi ero a Times Square a battere e ci ho pensato e m'è presa una strana ondata di vertigine sessuale all'idea che me ne sto qui adesso appoggiato a un muro coi pantaloni di pelle a fare gli occhi dolci ai clienti che passeggiano al centro del bersaglio, epicentro di un'isola trasformata in una enorme palla di fuoco. Ho immaginato l'occhio dell'esplosione come una gigantesca figa rossa al plutonio che mi risucchiava e ingoiava e divorava tutto intero e mi scioglieva in un puro orgasmo tra pareti bagnate e umide di calore bianco”.

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