John Belushi - Chi tocca muore

Chicago, luglio 1979. siamo alla vigilia delle riprese di The Blues Brothers e John è fuori controllo, la sua dipendenza dalla coca è fuori controllo, sua moglie Judy, il regista, la produzione e il suo partner Aykroyd tentano il tutto per tutto per frenare i suoi eccessi. C’è un film da girare e un disco in uscita, John è ormai una star dalle molte virtù ma con altrettanti vizi, ha bisogno di un controllore e per questo c’è Smokey, energumeno ex agente dei servizi segreti che gli farà da ‘tata’, ma tenere John lontano dalla coca e dallo sballo che si procura quotidianamente si rivela un’impresa impossibile…
Lui è John Belushi, il comico più osannato degli Stati Uniti negli anni ‘70-‘80, la star di “Saturday Night Live”, l’indimenticabile Bluto di Animal House che cerca con affanno di sopravvivere a Hollywood, un uomo nato per il palcoscenico e dedito all’autodistruzione, che nel 1982 muore a soli 33 anni per overdose. A raccontarci l’eclissi di Belushi è Bob Woodward - originario dell’Illinois come Belushi - lo stesso giornalista investigativo che portò alla luce lo scandalo Watergate, firma illustre del Washington Post e premio Pulitzer, un curriculum da fare a invidia a chiunque svolga la professione. Scelta azzeccata quella d’iniziare il libro presentando John pochi anni prima della morte per poi andare a ritroso, recuperando i suoi esordi come attore al liceo e al college, il meritato successo raggiunto in pochi anni di durissimo lavoro, e infine tornare al presente con un balzo temporale che ci permette di capire quanto il successo enfatizzi i vizi e alteri i comportamenti di Belushi. Il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo vulcanico, autolesionista, istrionico e maledetto, la cui lista della spesa comprende: sigarette, allucinogeni, erba, analgesici e fiumi di cocaina, quest’ultima amante e assassina. Woodward ricostruisce quegli anni trascrivendo una radiocronaca minuto per minuto, sulla base di centinaia di interviste dell’entourage dell’attore. Nel complesso il libro è troppo descrittivo a volte asettico, al limite del reportage, senza alcuno spazio per la riflessione personale: un lavoro certosino che riporta con precisione date e orari, pasti consumati e folli scorribande in auto. L’impressione alla fine è quella di un uomo geniale affetto da un infantilismo cronico che lo porta ad autodistruggersi, ma anche di un mondo cinico e patinato, Hollywood, che vezzeggia le sue star e poi le spinge sull’orlo del precipizio. Ci si mette un po’ a capirlo e resta forse arduo distinguere tra le due cose, ma ad essere interessante è la vita di Belushi, non il resoconto dettagliatissimo che ne fa Woodward, indiscutibilmente bravo nel suo lavoro ma senza la passione e le capacità narrative di una Oriana Fallaci.

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