John Carter di Marte

Il capitano John Carter della Virginia alla fine della Guerra di Secessione si ritrova senza un esercito in cui lavorare, senza una causa per cui combattere, senza una patria in cui riconoscersi e soprattutto senza un dollaro. Decide di tentare la fortuna come cercatore d'oro assieme al suo ex commilitone James K. Powell e alla fine dell'inverno tra 1865 e 1866 - “dopo inaudite avversità e privazioni” - i due localizzano una ricchissima vena di quarzo aurifero in una località remota dell'Arizona. Powell parte per acquistare macchinari e assumere del personale, mentre Carter rimane a sorvegliare la zona per evitare che altri accampino diritti di estrazione. Entrambi però vengono attaccati dagli apache: solo Carter sopravvive, e si rifugia in una caverna dalla quale i pellerossa fuggono in preda a un terrore superstizioso i cui motivi l'ex ufficiale sudista ignora. Stremato, Carter crolla in un sonno profondo che ben presto si trasforma in una strana paralisi e poi in uno sconvolgente fenomeno di  OBE (Out of Body Experience): l'uomo ha la sensazione di sdoppiarsi, di vedere il suo corpo addormentato e di muoversi per la caverna. Il suo sguardo si posa su Marte, alto nel cielo, e in men che non si dica Carter si trova trasportato proprio sul Pianeta rosso. Un paesaggio arido e violentemente luminoso, che Carter attraversa a balzi possenti senza il minimo sforzo, a causa della minore forza di gravità. Ben presto l'uomo si imbatte in una piccola costruzione che si rivela piena di uova schiuse dalle quali sono usciti piccoli ‘rettili’ antropomorfi dotati di quattro braccia e due gambe. E all'orizzonte già si intravedono maestose creature cavalcate da guerrieri marziani adulti alti più di quattro metri e armati fino ai denti (anzi, fino alle zanne, lunghe e aguzze)...

Il volume Newton & Compton presenta in un'unica soluzione decisamente low-cost i primi tre romanzi del ciclo di John Carter di Marte, il primo lavoro di successo per Edgar Rice Burroughs, futuro autore di Tarzan, che nel 1912 – quando la rivista “The All-Story” pubblicò il romanzo Sotto le lune di Marte sotto lo pseudonimo di Norman Bean – era sull’orlo del suicidio e viveva tra gli stenti dopo aver fatto mille lavori. L'espediente narrativo è quello – classico per non dire abusato – del manoscritto ritrovato, con una significativa variazione sul tema: Burroughs finge di essere il nipote del capitano John Carter, il suo erede (!!!) e soprattutto l'esecutore delle sue bizzarre disposizioni testamentarie (che peraltro ci fanno subodorare fin dalle prime pagine che le avventure vissute dal fu Carter devono avere molto poco di ordinario). Le avventure di John Carter, che grazie al suo valore (anzi, alla sua furia quasi da berserker) e ai clamorosi vantaggi fisici che la gravità marziana gli concede diventa un protagonista assoluto della scena politica e militare di Barsoom - così i nativi chiamano il Pianeta rosso – e conquista l'amore della bellissima principessa Dejah Thoris sono un esempio paradigmatico della narrativa avventurosa che spopolava a inizio '900. Esotismo, romanticismo, un pizzico di erotismo e violenza, accenni della vis polemica tipica della letteratura utopica (quella che descrivendo sistemi sociali lontanissimi dalla realtà storica trova il pretesto per criticarla): gli ingredienti per il successo nel ciclo ideato dallo scrittore di Chicago ci sono tutti, e infatti il successo giunse, salvando Burroughs dalla indigenza e regalando al pubblico uno scrittore professionista che avrebbe portato a livelli sublimi la narrativa pulp d’avventura, incidendo profondamente sull’immaginario collettivo del XX secolo e oltre. Nel libro per i lettori moderni forse troppe ingenuità, forse troppi passaggi narrativi risolti in modo sbrigativo, forse troppe forzature (il 'trasporto' dalla Terra a Marte decisamente non regge), ma se si concede alle avventure di John Carter il beneficio di uno sguardo affettuoso, si otterrà in cambio un po’ dell’adolescenza che abbiamo lasciato indietro ormai troppi anni fa. O si titillerà quella che non abbiamo mai abbandonato.



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