John e Joe – Un ratto che passa

John e Joe – Un ratto che passa
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John e Joe, due amici in bolletta, si ritrovano al tavolo di un bar per un bicchiere di grappa e un caffè. Dopo le solite chiacchiere, ripetitive e avvilenti, arriva il conto: entrambi hanno consumato nell’equivoco che a saldare provvedesse l’altro; tentano una fuga, ma il cameriere li blocca: ciascuno è costretto a pagare la propria parte fino all’ultimo spicciolo del portafogli. John, che anticipa qualche soldo, pretende in cambio un biglietto della lotteria dall’amico sperando che la buona sorte lo ripaghi… Il sipario si apre su una cella di prigione, nella quale si ritrovano Roll, intellettuale idealista, recluso per le sue idee, Keb, un anziano malmenato dal secondino Brig e Ratto Carognone, un ratto appunto, dalla lingua cinica e affilata, che commenta i discorsi degli altri irritandoli oltremisura col suo esasperante senso della realtà. Roll cambia scena di continuo, dalla squallida cella - con tanto di maleodorante bugliolo - al salotto di casa Bredumo; dove si trasforma in Charles, anziano funzionario di grado elevato in sedia a rotelle - ma potrebbe essere anche un giudice, un professorone, ecc. - una sorta, insomma, di influente “pre-pensionato” con moglie logorroica, che interrompe di continuo il suo oscuro lavoro intellettuale, di cui si intuisce solo l’importanza. I personaggi in scena dialogano, si scontrano, ma non è mai del tutto chiaro da quale parte stiano rispetto al regime che li ha fatti rinchiudere…

L’autrice di questo libro, che racchiude due testi teatrali, è Agota Kristof, ungherese di nascita ma fuggita in Svizzera nel 1956 dopo l’invasione russa. Suoi diversi romanzi scritti per la maggior parte in francese, cui si alternano testi teatrali, che risentono fortemente, fino ad esserne intrisi, come in questo caso, del contesto storico-politico in cui è vissuta. Il primo dei due testi teatrali, John e Joe, parla di alienazione, quotidianità dissipata nella nullafacenza della povertà, ma soprattutto di amicizia, messa alla prova dalle beffe del destino. L’ho trovato banale nella scrittura e nelle tematiche: il secondo, invece, Un ratto che passa, è di tutt’altra complessità sotto l’aspetto narrativo e interpretativo, fino a risultare ostico al lettore che deve visualizzare, leggendo, i continui cambi di identità e di scena del personaggio principale Roll. L’identità, appunto, è il tema intorno al quale ruota il racconto. Ciascuno dei personaggi pare doverla chiarire prima di tutto a se stesso per poi decidere se restarle fedele o meno. Ma l’identità e i valori che la connotano si scontra inevitabilmente con il ruolo sociale di ciascuno; la prigionia del ruolo risulta ancora più coercitiva in un regime totalitario, dove non c’è spazio per il dissenso né per la disobbedienza. All’’uomo resta lo struggimento del libero arbitrio, con le conseguenze estreme spesso connesse ad un atto di libertà o di coraggio. Una lettura difficile, che richiede pause, riflessioni, riletture, non a caso la critica accosta questa autrice a Beckett, e il Teatro dell’assurdo ha le sue asperità e i suoi cultori.



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