Jossel Wassermann torna a casa

Jossel Wassermann torna a casa
Agosto 1939, Zurigo. A pochi giorni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nella sua villa sulle sponde del lago, il ricco industriale ebreo Jossel Wassermann si prepara ad affrontare la morte, che sente sempre più vicina. Ma prima di andarsene, ci sono alcune cose da sbrigare per spirare come un buon ebreo e fare così ammenda per tutti gli errori commessi: prendere tutte le precauzioni per far sì che i suoi resti possano riposare nella terra natia – a Bucovina in Polonia – e rendere omaggio alla propria cultura. Jossel lo farà tirando le fila della sua esistenza, in un lungo monologo davanti al suo avvocato e al suo notaio, dove ricorderà tutti gli abitanti del suo “shtetl”, il villaggio dove ha trascorso l'infanzia. Grazie alle sue parole rivivono figure come quella del nonno, che gestiva una taverna e non aveva problemi a fare affari con i “goym”, ovvero i non ebrei, ma anche quella di suo padre, devoto studioso della Torah. Insieme a loro prendono vita le antiche tradizioni ebraiche e tutto quel mondo, fatto di sentimenti e di legami profondi, che Jossel ha lasciato tanti anni prima. Nel frattempo, nel suo vecchio villaggio polacco i nazisti hanno costretto gli ebrei a lasciare le loro case e li hanno stipati nei vagoni di un treno, ignari della terribile sorte che li aspetta. Tra loro c'è anche il portatore d'acqua, ultimo parente ancora in vita di Jossel, che non sa di aver ricevuto dallo zio una cospicua eredità...
L'Olocausto resta sempre sullo sfondo di questo romanzo che somiglia quasi a una fiaba, costellata da personaggi originali, sempre molto umani, e colorata da un'allegria ironica. La tragedia della Shoah pervade il libro come una consapevolezza che i protagonisti della storia non sembrano nemmeno intravedere e che spezza il cuore a noi che leggiamo. Hilsenrath intreccia la malinconia per un mondo perduto per sempre al desiderio di riportarne a galla i ricordi: lo fa con uno stile lieve, a tratti sognante, che non cade mai nella retorica, capace anche di un guizzo di satira, di strappare una risata, ironizzando sulle caratteristiche che il luogo comune attribuisce agli ebrei, come l'estrema parsimonia o la particolare intelligente. Tutto questo senza che la fede venga mai meno in chi narra, che immagina addirittura che Dio osservi da uno squarcio nel cielo il suo popolo che viene condotto nei campi di concentramento: il suo popolo che forse proprio grazie a questo sguardo di benevolenza – grazie a questa promessa di salvazione – riesce a trovare la forza di superare e sopravvivere anche allo sterminio.

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