Joy Division

Joy Division
Mi piacerebbe dire che il primo concerto dei Joy Division fu un successo, ma purtroppo invece finì a botte. A essere precisi non fu il nostro primissimo concerto. Prima ci chiamavamo Warsaw, ispirati dalla canzone di David Bowie contenuta in Low. Joy Division fu suggerito da Ian Curtis, il nostro cantante, che l’aveva letto in un libro intitolato La casa delle bambole. Era il nome assegnato alle donne ebree tenute nei campi per soddisfare sessualmente i nazisti. Bella roba. E quanti casini ci ha creato. Una delle frasi più ricorrenti nelle interviste era: “Siete dei nazi?”. Comunque, tornando al concerto, io avevo un basso nuovo, ancora mai provato e ero convinto che quella sarebbe stata la serata giusta per inaugurarlo. Ian stava attraversando una fase di capriccioso delirio da rockstar e venne addirittura cacciato dal locale dal buttafuori. Lo pregammo di farlo rientrare e lui acconsentì solo perché si trattava del cantante della band che si sarebbe esibita di lì a poco. Il pubblico - una trentina di persone - ci aspettava ma non facemmo in tempo ad attaccare Exercise One che il mio basso si rivelò difettoso: la corda si spostava in continuazione. Ai piedi del palco, intanto, i fratelli Parker avevano iniziato a darsele di santa ragione…
Per gli amanti del rock Peter Hook non necessita di presentazioni: bassista di Joy Division e New Order e fonte di influenza per decine e decine di bassisti grazie al suo stile quasi chitarristico. Qui lo troviamo in veste di scrittore, pronto a raccontarci una delle parentesi più importanti e tristi delle storia della musica rock. Parabola breve ma intensa, pari a quella del loro straordinario cantante morto suicida a ventitré anni, quella dei Joy Division rappresenta uno dei momenti chiave per comprendere la musica degli anni ’80 (o quantomeno il suo filone più cupo e gotico) e il suo revival negli anni zero, portato avanti da band  più o meno capaci, tutte direttamente figlie del sound di Hook e compagni.  Il gruppo, composto da quattro ragazzi dell’operaia e fuligginosa Manchester-area (oltre ai già citati Curtis e Hook ci sono anche Bernard Sumner e Stephen Morris), riuscì a creare un sound senza precedenti, caratterizzato da ritmiche ora funebri, ora isteriche e da un cantato a metà fra il crooning di Sinatra e il maledettismo bohemien di Jim Morrison. Abilissimo a mostrarci la band da dentro, a differenza di tutte le altre retrospettive precedentemente uscite sia sul fronte cartaceo (la più importante è senz’altro Così vicino, così lontano di Debbie Curtis, vedova di Ian) sia su quello cinematografico (Control di Anton Corbijn), l’autore racconta i Joy Division in quanto tali e non attraverso la tragica e conseguentemente ingombrante figura del loro frontman.  Si trattava di quattro giovani musicisti figli del punk, ribelli e con un certo gusto per la provocazione e soprattutto per il divertimento. Lo stesso cantante, sul quale si è scritto e detto molto, era tutt’altro che un musone e rappresentava il collante musicale e spirituale che teneva a galla il gruppo. Sono quindi da ricercare altrove le cause del suo tragico suicidio; forse l’abuso di farmaci per l’epilessia, forse la situazione coniugale ormai al capolinea o la difficoltà a reggere la pressione del successo imminente ma qualunque fosse il malessere reale di Ian, è un segreto che si è portato dietro il 18 maggio del 1980, quando si impiccò nella sua casa di Macclesfield. Narrata con onestà e passione, Joy Division - Tutta la storia rappresenta la biografia definitiva  di un gruppo che ha parlato poco di sé pur facendo parlare molto e giustifica i panegirici della critica internazionale specializzata che non ha esitato a definirla “Uno sguardo unico nella vita reale di una delle band più riservate”. Imprescindibile per chi, come me, si commuove ascoltando Love will tear us apart e Atmosphere ma consigliata anche a tutti i fan della storia del Rock con la lettera maiuscola.

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