Jubiabá

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Antonio Balduino, detto Baldo, a soli otto anni è già il capo della banda di monelli della periferia di São Salvador. È il più agile di tutti, il più ribelle, “pieno di fantasia e di coraggio come nessun altro”, sempre pronto alla rissa. C’è un momento, però, un momento magico a cui non rinuncerebbe per nulla al mondo e che i suoi compagni, forse, non capirebbero. Ogni sera, quando cala il sole sale sulla collina, solo, immobile, per contemplare dall’alto lo spettacolo delle luci della città che si accendono a poco a poco, ascolta i suoni della gente che si ritira nelle case: grida, risate, pianti, lo sferragliare dei tram; gode di “quelle voci di vita e di lotta”. Allora un’emozione indicibile si impossessa di lui e il tempo pare fermarsi. Immagina di trovarsi lì, “uomo fatto, a vivere la vita tumultuosa degli uomini”. Sogna di diventare come suo padre Valentim, che non ha mai conosciuto, gran bevitore e conquistatore di donne. O come i coraggiosi briganti cantati nelle sambas, negli ABC, nelle storie raccontate quando la gente del Capa Negro si riunisce fuori la casa della zia Luisa. Questo sogna Baldo mentre vaga libero per le colline, “puro come un animale”, senza paura. Tranne quando la zia Luisa ha uno dei suoi attacchi di mal di testa e si contorce come posseduta da uno spirito maligno. Allora Baldo ha paura, perché deve chiamare Jubiabá, lo stregone, l’unico che può farla guarire. Il ragazzo guarda con timore reverenziale a questa figura centenaria e misteriosa, capace delle più impensabili maledizioni. C’è chi dice che possa trasformarsi in un lupo mannaro, Jubiabá, e che tenga imprigionato il diavolo in una bottiglia. Ogni domenica, ogni negro e mulatto della comunità si riunisce per la celebrazione delle sue Macumbe e per tutta la collina risuona il rumore cadenzato dei tamburi…

Jubiabá, pubblicato nel 1935, ripropone e arricchisce tematiche e atmosfere già affrontate da Jorge Amado nei suoi primi tre romanzi, declinandole in quella che ha decisamente il sapore di un’avventurosa epopea. È la storia dello sfrontato, passionale, anarchico Antonio Balduino, che dalla miseria della periferia bahiana compirà un ampio giro – sarà ragazzo di strada, boxeur, marinaio, bracciante, persino circense, infine portuale – per poi tornare, forte delle sue esperienze, finalmente capace di affrontare la realtà e di trovare il proprio posto in un paese in cui il progresso arriva e si innesta su contraddizioni mai del tutto sanate, inasprendo il divario tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati, palesando una schiavitù formalmente ripudiata ma quotidianamente operata sui braccianti, sugli operai, sulla povera gente. Diversa e più complessa dunque la formula del romanzo, fortemente politici gli esiti: chiaro è infatti lo spirito “proletario” del primo Amado che sfocia nel grande atto finale dello sciopero, la “lotta giusta” in cui l’odissea di Baldo troverà un senso e uno scopo – e che farà rientrare anche Jubiabá nel novero dei libri sovversivi bruciati nel rogo del 1937. La vera novità, per così dire, è l’esplicito, circolare ricongiungimento tra la modernità e il lato più profondo, oscuro, primordiale della tradizione popolare, rappresentato appunto da Jubiabá, lo stregone che al romanzo dà il titolo. Padre Jubiabá è il mistero, il ritorno alla purezza delle origini, il custode di una memoria dolorosa, viva e pulsante, di una storia lontana che parla di schiavitù e di desiderio di riscatto. Riscatto da ottenersi, imparerà Baldo, col solo monito di tenere sempre aperto “l’Occhio della Pietà” e intatta la propria umanità. Una figura-guida, insomma, così come, poeticamente e simbolicamente, sarà la stella che brilla più luminosa nel cielo – Zumbi dos Palmares, il negro che rifiutò di essere schiavo scegliendo una morte eroica. Così la storia di Baldo si intreccia con quella dei suoi predecessori, dei suoi conterranei e di tutti gli ultimi, sullo sfondo di una “Bahia de Todos os Santos” rumorosa, spirituale, tremendamente bella e malinconica, indiscussa protagonista delle migliori pagine di Amado, col suo ritmo unico che sa di Macumbe, sambas e danze primigenie. Jubiabá è intensa epica popolare e senza tempo, il che, se da una parte permette alla penna di Amado di viaggiare ancora più libera tra realtà cruda e trascinanti digressioni che sfumano in una poesia quasi litanica, dall’altra rende probabilmente questo pur imperdibile romanzo difficile da digerire per un lettore non avvezzo allo stile dell’autore.



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