Kaddish profano per il corpo perduto

Kaddish profano per il corpo perduto
Gli scrittori (e forse anche i traduttori) sono persone malate: incerte, squilibrate, irragionevoli, insicure. Nel caso della protagonista la malattia è doppia, perché Francesca è anche obesa e si trova a fare i conti con una schiera di giovani scrittrici anoressiche o quasi che vanno di gran moda, rilasciano interviste a Rolling Stone o alle Invasioni barbariche e attirano i desideri degli uomini con la loro taglia XXS. Eppure anni prima – ora ne ha 42 – la nostra scrittrice ha avuto momenti di notorietà e ospitate tv, di scollature vertiginose e avventure di una notte: ora l'obesità - “circondata da un simbolico fosco e colpevole” - la condanna a un vortice di emittenti locali, trasferte non rimborsate, improbabili compagni di talk-show, carboidrati ingozzati a perdifiato sul divano. Mentre Francesca rimugina sul suo (adi)presente, ritorna anche al suo passato, all'infanzia di vestiti di velluto, quaderni a righe, musica classica, settimane bianche, padre avvocato comunista coi soldi, mobilifici Aiazzone, profumo Eau Savage. Nel bel mezzo di questo percorso la coglie di sorpresa come il caldo estivo l'invito di un suo ex, che le propone un viaggio di una decina di giorni a Budapest. Francesca lascia dietro di sé i pomeriggi sudati e solitari e parte per l'Ungheria...
Francesca Mazzucato ha sempre avuto la stoffa della grande esploratrice. Esploratrice di sensibilità, di amoralità, di sogni, di rancori, di paure, esploratrice coraggiosa. Il fatto quindi che abbia deciso di puntare il timone su se stessa è di per sé una notizia emozionante. Non che gli ingredienti autobiografici siano un'assoluta novità per la sua scrittura, intendiamoci: ma mai come in questo libro lo sguardo è stato impietoso, lucido, analitico. L'obesità con le sue miserie e le sue (poche) tenerezze è raccontata senza filtri, senza ipocrisie, e soprattutto senza lagne. Non è facile praticare un'autopsia su se stessi con questo rilassato (ma doloroso) disincanto, ma la Mazzucato ci riesce, intrecciando flashback e riflessioni a un fascinoso diario di viaggio in quel di Budapest. All'ombra dell'imponente, onnipresente grattacielo della Vodafone l'autrice regala alla città magiara pagine commosse ed affettuose: l'omaggio a Imre Kertész è palese sin dal titolo, che allude a Kaddish per il bambino non nato, capolavoro dello scrittore-dissidente premio Nobel nel 2002 e cantore dell'orrore dell'Olocausto. Francesca, metti pure il tuo corpo a dieta, ma la tua penna no, per favore.

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