Karnak Café

Karnak Café
Cairo anni ‘60, in piena epoca nasseriana. Al centro della città il piccolo ma grazioso Karnak Café, conosciuto per la qualità e la varietà delle sue bevande. La padrona è la famosa Qurunfula, ex danzatrice del ventre, che nonostante il passare del tempo ha mantenuto intatto il suo fascino. Nel locale oltre ai clienti occasionali ci sono gli habitué che ogni giorno vi si recano per bere il buon caffè, per discutere di politica e soprattutto per ammirare la bella proprietaria. Tra questi spicca un gruppo di giovani studenti universitari: il comunista Hilmi Hamada, amante di Qurunfula, Isma’il al-Shaykh e Zaynab Diyab teneramente innamorati l’uno dell’altra, tutti infervorati per la rivoluzione. Sono i figli della svolta di Nasser del 1952. Al Karnak Café si respira un’aria di spensieratezza e di incrollabile fiducia nel futuro: se non si parla delle sorti progressive e inevitabili dell’Egitto socialista, l’argomento preferito sono le questioni di cuore. Questo tranquillo microcosmo viene sconvolto dall’improvvisa sparizione di Hilmi Hamada e dei suoi amici. All’allegria subentra la disperazione, alle certezze la paura. Mentre Qurunfula quasi impazzisce per la scomparsa dell’amante, gli avventori cominciano a dubitare del nuovo corso dello Stato egiziano e del sistema politico adottato. Ma lo fanno a voce bassa, per prudenza e per timore. Dopo qualche mese i giovani ritornano. Dietro i sorrisi si intravedono i segni di una dura esperienza: le teste rasate, la magrezza dei corpi, gli occhi privi della vivacità di una volta. Se qualcuno chiede loro dove sono stati, rispondono: “In viaggio”, una metafora per indicare il carcere...
Il caffè è un luogo tipico della geografia letteraria di Nagib Mahfuz, un ideale punto di osservazione della varietà umana. In questo romanzo è il Karnak Café il vero protagonista, il “dove” e il “come” della storia. È qui che i diversi personaggi si incontrano, si confidano, rivelano se stessi, sviluppando un discorso eminentemente politico. A Mahfuz interessa raccontare l’Egitto del prima e dopo la rovinosa guerra del giugno 1967: l’ingenua fede nel riformismo e nella modernizzazione nasseriani da una parte, l’amara realtà di un regime dittatoriale che usa ogni mezzo per reprimere le masse e la loro sete di libertà dall’altro. Ne viene fuori un libro scomodo (tanto che, terminato nel 1971, sarà pubblicato solo nel 1974, in tempi considerati dall’editore più sicuri), che denuncia gli errori e gli orrori commessi dal potere negli anni ’60 e il rischio di una degenerazione fondamentalista della società egiziana. Mahfuz si pone come coscienza critica del proprio paese, esortando a non dimenticare, a non adagiarsi in una calma piatta, ma a riflettere sulla storia recente, come fa dire al narratore del romanzo: “A volte le nazioni sono afflitte da una perdita di memoria collettiva, ma non dura per sempre”.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER