Kaspar Hauser

Kaspar Hauser
26 maggio 1828: un bizzarro individuo recante in mano un biglietto appare nel centro di Norimberga. Si guarda intorno camminando a stento e suscitando nei passanti curiosità e un pizzico di paura. Un cittadino, accortosi di quel singolare personaggio, decide di avvicinarlo e quello, senza che gli venga rivolta parola, gli porge il biglietto, indirizzato al capitano di cavalleria del quarto squadrone del sesto reggimento. Il cittadino, pensando di fare cosa gradita, scorta quel ragazzo malfermo dal capitano von W., che effettivamente ricopre quel ruolo nella cavalleria. Il ragazzo, ancora una volta senza che gli venga rivolta parola, pronuncia in uno stretto dialetto una frase, che ben presto si scopre essere l’unica frase che sa pronunciare: “Vorrei diventare un cavaliere, come mio padre”. Alle domande mirate dell’attendente la risposta è sempre quella, “Vorrei diventare un cavaliere, come mio padre”. A questo punto si pensa che sia un infermo di mente, eppure il suo modo di camminare, l’aspetto deperito e i piedi ulcerati convincono l’attendente a offrirgli pietà e ristoro. E qui accade qualcosa di ancora più strano: al primo boccone di carne quel viandante inizia a tremare di spasmi violenti e lo stesso accade al primo sorso di birra. Solo pane nero e acqua fresca paiono non turbare la fragilità del suo corpo. Queste (e altre) peculiarità, nonché la curiosità generata dalla comparsa misteriosa di un ragazzo altrettanto misterioso, scuotono a lungo la comunità di Norimberga, inaugurando il mito del fanciullo d’Europa, Kaspar Hauser…

Anselm von Feuerbach, apprezzato giurista e padre del filosofo che scrisse L’essenza del Cristianesimo, seguì da vicino il caso Kaspar Hauser (queste furono le uniche due parole che il misterioso fanciullo scrisse non appena gli porsero una penna), chiedendosi non solo chi fosse quel ragazzo ma anche interrogandosi giuridicamente sul delitto contro l’anima perpetrato ai suoi danni. Non appena il giovane venne istruito, infatti, egli spiegò di essere vissuto segregato in una piccola cella sin dalla prima infanzia, con il suo misterioso carceriere quale unico contatto umano. Una prigionia, in verità, non del tutto disumana in quanto Kaspar veniva regolarmente nutrito, curato e lavato, il che alimenta più di qualche sospetto sulla vera ragione di tale sequestro, un probabile intrigo dinastico che avrebbe coinvolto la casata di Baden. Al di là dell’origine di Hauser, ancora oggi mistero insoluto che eccita tanto storici quanto esoteristi, ciò che colpisce nell’opera di von Feuerbach è l’approccio asciutto ma partecipato agli eventi, segno tangibile di quanto la vicenda del fanciullo d’Europa abbia appassionato e coinvolto la società dell’epoca, imbevuta sia di incrollabili certezze illuministiche sia di vigorosi slanci romantici. Tra le pagine infatti si saldano entrambe le anime del tempo, per una storia incredibile come solo le storie vere sanno essere. Se poi si aggiunge che sia von Feuerbach sia Kaspar Hauser sono morti in circostanze misteriose nello stesso anno, il primo probabilmente avvelenato, il secondo in seguito all’accoltellamento da parte di uno sconosciuto, la questione si fa di gran lunga più ingarbugliata, torbida e irrimediabilmente triste.

 

 

 

 
 
 
 

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