Kitchen confidential

Metà anni Sessanta. Anthony ha finito le scuole elementari, ma l’estate che è appena cominciata non è speciale solo per questo. Suo padre – che è di origini francesi – ha finalmente organizzato un viaggio di cui parla da anni: una traversata in nave fino all’Europa e poi un bel giro in automobile per la Francia. Una memorabile fotografia ritrae la famiglia Bourdain – Anthony, suo fratellino Christopher, il papà e la mamma con gli occhiali da sole à la Jackie O – mentre sale a bordo della “Queen Mary”, diretta verso quello che a un bambino del New Jersey sembra un altro pianeta. E per certi versi lo è davvero: le spiagge ancora costellate di casematte e piazzole di mitragliatrici naziste, i tunnel sotto le dune sono ambienti fantastici per i giochi di ragazzini della sua età. Ma Anthony scopre che ai suoi coetanei francesi sono concesse cose impensabili per lui: possono bere vino annacquato a tavola, guidare delle piccole motociclette e la domenica è loro concessa persino una sigaretta! Il ragazzino americano – che diventa subito una specie di celebrità perché i francesi paiono convinti che lui conosca di persona Steve McQueen e John Wayne e lui non fa niente per smentirli – però è molto deluso dal cibo locale: il burro ha uno strano sapore di formaggio, il latte gli pare imbevibile, i croque monsieur non li sopporta. Durante la visita di Parigi ai due fratelli, a forza di lagne, viene concesso di ordinare bistecca e patatine fritte, ma le lamentele non cessano: Anthony trova da ridire su tutto e si comporta da “testardo e lunatico piccolo bastardo”. I genitori passano rapidamente da dispiaciuti ad amareggiati, da esausti a decisamente incazzati. Se in una prima fase cercano di accontentare i figli a colpi di steak haché con ketchup e Coca Cola, un bel giorno prendono una decisione drastica, che cambierà la vita di Anthony Bourdain per sempre. Scelgono un ristorante rinomato di una cittadina chiamata Vienne, “La Pyramide”, parcheggiano l’automobile e… scendono per andare a mangiare in santa pace ottimo cibo francese lasciando “i due Piccoli Orribili Americani” lì, in compagnia di una pila di fumetti di Tintin. Anthony e Christopher rimangono in macchina per più di tre ore, sopraffatti dalla noia. Durante tutto questo tempo, Anthony si domanda: “Cosa può esserci di così fantastico tra quelle quattro mura?”. A quanto pare, il cibo è una cosa davvero importante. Nel cibo, dunque, è nascosto un segreto…

Pubblicato nel 2000, Kitchen confidential racconta i primi tre decenni di carriera (e i primi cinquanta scarsi di vita) del vulcanico, maudit Anthony Bourdain, acclamato chef e pioniere del filone dei “cuochi in televisione” con il mitico show No Reservations. Il sottotitolo originale del libro è Adventures in the Culinary Underbelly, cioè più o meno “avventure nel sottopancia culinario”, e allude ad un dietro le quinte senza censure e senza il benestare dell’Ufficio d’igiene: da noi Feltrinelli ha optato per un neutrissimo, innocuo Avventure gastronomiche a New York che di certo non rende giustizia all’aneddotica vietata ai minori di anni 18 che Bourdain sparge come parmigiano sulle pagine. Le cucine più o meno stellate che lo chef statunitense ci descrive sono ambienti quasi sempre malsani e lerci, popolati da brutti/e ceffi/e tatuati/e con vite personali sfasciate che trovano il loro riscatto affinando una spietata ultratecnica gastronomica e ammazzano il pochissimo tempo libero scopandosi a vicenda nelle più diverse combinazioni, drogandosi e facendo a botte, si capisce perfettamente perché Bourdain ad un certo punto affermi che lavorare in quell’ambiente e comandare una batteria di cucina professionale è “realizzare il sogno da bambino di dirigere la tua ciurma di pirati personale”. Con il suo stile ironico e sboccato che il “New York Times” ha definito come un mix tra Hunter S. Thompson, Iggy Pop e Jonathan Swift, Bourdain racconta “una sottocultura la cui gerarchia militare e l’etica vecchie di secoli a base di “rum, sodomia e frusta” creano una miscela di ordine inossidabile e caos capace di mettere a dura prova i nervi di chiunque”, ma che lui conosce come le sue tasche: “in cucina so come comportarmi (diversamente da quanto mi accade nella vita di tutti i giorni, dove mi trovo su un terreno meno solido)”. Parole dolorosamente profetiche, come si sa. Ma questa è davvero un’altra storia.



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