Là dove si posano le coccinelle

Là dove si posano le coccinelle

Nel 1990 il giovane pianista di belle speranze Vito Albeni prende una decisione: è stanco di peregrinare di insegnante in insegnante, si dà un’ultima opportunità. Per quanto riguarda le lezioni di pianoforte, lo seguirà Serafina Viergi. Che di anni ne ha settantotto, venera Bach come il quinto evangelista e la sua musica come sacra, è soprannominata la dama bianca, perché veste sempre di lino chiaro e con un cappello a larghe falde, e che i suoi concittadini, a Menfi, reputano la pazza del paese, una creatura bislacca e bizzarra in quanto da giovane non ha avuto remore a praticare l’amore libero e il nudismo. Ancora raccontano, nel bar del corso principale del paese, in cui pare che tutti gli avventori siano maschi e amino i maschi, di quando, nel 1932, ventenne, cinque anni dopo aver perduto i genitori, è costretta a riparare in Francia per il rischio di essere denunciata alle autorità nel momento in cui si viene a sapere che a quattro giovani cui tiene lezioni di pianoforte pratica anche per ore lunghe sessioni di gruppo di sesso orale e non solo…

Ispirandosi dichiaratamente, come spiega nella postfazione, a personaggi della sua famiglia e a Oltre il giardino e Harold e Maude, con l’idea di scrivere un testo tra il canovaccio e la sceneggiatura (e infatti i punti di forza sono il ritmo, mai lasso, e i dialoghi, serrati e credibili, che riportano il nome del parlante in didascalia, proprio come se si trattasse di un copione), Franco Vito Gaiezza racconta una storia che congiunge le anime di un uomo e una donna, Vito e Serafina, nella poesia del mistero dell’amore. Accompagnandolo con immagini evocative della sua terra, Ribera, presso Agrigento, che è anche ambientazione della novella-romanzo breve-racconto in questione, e con un CD di musiche di, tra gli altri, Bach e Debussy, Gaiezza, pianista che sceglie per sé lo pseudonimo di Anton Phibes, mutuato dal personaggio fittizio dell’organista dottore di ricerca in musica e teologia orrendamente sfigurato da un rogo e interpretato da Vincent Price nei film L’abominevole dottor Phibes e Frustrazione di Robert Fuest, con prosa lirica e articolata fa del suo testo un’allegoria della risposta che solo l’amore, salvifico portatore di speranza, può dare nei confronti di una società che tutto mercifica: ricordarsi che non può essere qualcosa di meramente materiale la priorità dell’esistenza.

 


 

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